Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 6 gennaio 2013

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.

 
 
Pubblicato da Don Umberto Cocconi
il giorno martedi 6 gennaio 2013 alle ore 7,37
 
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (dal Vangelo secondo Matteo).
 
E’ Hieronymus van Aeken Bosch (1450-1516) che ci aiuta oggi a penetrare nel mistero dell’Adorazione dei Magi. Il dipinto, parte centrale di un trittico, raffigura l’arrivo dei magi, nei loro abiti fastosi, colorati e sontuosi, alla casa dove si trova Maria con il Bambino. Il primo dei Magi è Baldassare, il più vecchio, vestito di un ampio mantello color porpora e inginocchiato in atteggiamento adorante verso Gesù; ha posato ai piedi di Maria il suo dono, un magnifico lavoro d’oreficeria che  rappresenta il sacrificio d’Isacco, simbolica anticipazione della passione di Cristo. Accanto al dono è deposta la sua corona, simbolo di un potere ormai divenuto inutile, di fronte alla manifestazione del divino. Dietro di lui è Melchiorre,  anch’egli inginocchiato ai piedi di Maria: sopra il vestito, indossa una mantellina sulla quale è raffigurata la Visita della regina di Saba a Salomone, allusione all’incontro dei pagani con Israele. Melchiorre è rappresentato mentre consegna a Maria l’incenso su  un piatto dorato. Il terzo Magio, infine, Gaspare, di carnagione scura, indossa un abito bianco decorato con piume preziose e animali fantastici, provenienti dalle regioni più lontane ed esotiche.
 
 Gaspare reca in dono la mirra, contenuta in una pisside sferica decorata con la scena del patriarca Giuseppe che riceve l’omaggio dei  fratelli (Giuseppe, si ricorderà, fu abbandonato dai fratelli e respinto in terra d’Egitto, dove diventerà poi causa di salvezza per tutta la sua famiglia; anche questa vicenda è letta tradizionalmente in chiave cristologica). Al centro del quadro è la Vergine, maestosamente seduta con in grembo il Bambino, vero perno della composizione.L’austero abbigliamento di Maria (veste e mantello blu scuro) fa risaltare ancor di più la carnagione bianca del Figlio, segno della sua umanità. La Vergine è anche il simbolo della Chiesa, che sull’altare della mensa dona “le sacre specie” ai tre Magi, i primi fedeli del mondo pagano. Maria è colei che custodisce con amore la vita del bambino e nello stesso tempo contempla e medita nel suo cuore il significato dei doni deposti ai suoi piedi. L’oro è l’omaggio regale, l’incenso è la preghiera sacerdotale, la mirra è l’amore coniugale. Con la nascita del Salvatore, le prerogative del popolo d’Israele (la regalità, la consacrazione all’Altissimo, l’essere la Sposa del Signore) sono estese all’umanità intera. Si abbattono le barriere che separano i popoli e la nuova comunione tra Dio e gli uomini è tradotta visivamente nella linea diretta e diritta del legno – figura della croce – che sostiene il tetto pericolante e fatiscente della capanna. La scena, infatti, si svolge in un ambiente molto modesto e precario, allusione al mondo sgretolato a causa del peccato. Questa capanna, descritta con minuziosa cura dei particolari, diviene improvvisamente la reggia che accoglie tutti i popoli della terra, radunati dinanzi al loro piccolo, umile e vero re.
 
 L’atmosfera si veste di una tenue luce dorata, in armonia con le tonalità cromatiche della stella che i Magi hanno visto sorgere a Oriente e che ora rifulge sulla dimora dell’Emmanuele, il Dio-con-noi.  All’interno della casa si intravede la stalla e dietro la porta un gruppo di personaggi grotteschi e inquietanti, aperto da un re seminudo, armato di spada, drappeggiato in un manto rosso, sul capo una corona orientale, con un motivo di rovi intrecciati; l’ambigua figura, che mostra una piaga sulla gamba scoperta, regge in mano quella che con ogni probabilità è la corona del secondo re Magio. Questo gruppo misterioso si presta a diverse interpretazioni, ma potrebbe raffigurare i potenti della terra che, con la nascita del nuovo re – un bambino nudo e senza alcun potere – si sentono spodestati dai loro troni. Dal tetto in paglia della casa e da un pertugio sulla parete si affacciano dei popolani che guardano incuriositi l’evento; sono gli emarginati della società, attratti da questo Messia che non fa paura: non è che un bambino sulle ginocchia di sua madre. All’orizzonte si apre la visione panoramica della campagna fiamminga, un paesaggio bucolico e fecondo, attraversato dalla vita con le sue alterne vicende di morte e di vita. Vita che scorre come l’acqua sotto il ponte, mentre Dio prende la sua dimora in mezzo ad un’umanità bisognosa d’amore. La scena è immersa in un paesaggio dorato, dalle sfumature gialle e verdi che trascolorano gradualmente nell’azzurro intenso del cielo.
(DON UMBERTO COCCONI)
 
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