Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 20 ottobre 2013

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.




Pubblicato da Don Umberto Cocconi  il giorno domenica 20 ottobre 2013 alle 111,48
Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro il mio avversario". Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi"». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Vangelo secondo Luca 18, 1-8).
 
«Ma il Figlio dell'uomo quando verrà, troverà la fede sulla terra?». Gesù oggi ci lascia con questa domanda inquietante. «Colui dal quale ci si aspettava la risposta (come in vari altri passi dei Vangeli, del resto) si fa colui che pone domande; e coloro che attendevano una risposta, si trovano destinatari di una domanda … qualsiasi nostro credere non può basarsi su segni facilmente visibili, su Risposte garantite, ma solo darsi gratuitamente» (Sergio Manghi). Credere, nonostante il silenzio di Dio? E’ questo che Gesù ci sta chiedendo? Una fede adulta, una fede “crocifissa” come la sua? Potremmo prendere in prestito la nota frase di Dietrich Bonhoeffer, che bisogna vivere “come se Dio non ci fosse”. «Il Dio che è con noi, è il Dio che ci abbandona! Dio si lascia cacciare fuori dal mondo: sulla croce Dio è impotente e debole nel mondo. E per questo Lui ci sta al fianco e ci aiuta. E’ assolutamente evidente che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! Solo il Dio che soffre può venire in aiuto», può parlarci attraverso le sue e le nostre ferite, inventare per noi misteriose strategie di misericordia: incontri, circostanze, momenti di conversione.
 
 Tutti noi, del resto, abbiamo più o meno a che fare con il silenzio di Dio: dai più anonimi fino ai mistici e ai santi più noti e innamorati di Lui. La stessa Madre Teresa racconta nei suoi scritti: «Nella mia anima sperimento proprio quella terribile sofferenza dell'assenza di Dio, che Dio non mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista veramente». E’ un’esperienza benedetta, che avvicina i cosiddetti credenti ai cosiddetti non credenti. E’ l’esperienza dell’uomo biblico, del salmista, di Giobbe, col quale possiamo sempre di nuovo gridare a Dio: “Parla, mostrati, rispondimi!”. La fede, in realtà, è proprio questo: la lotta, l’agonia, non certamente il riposo su una certezza posseduta. Il credente è colui che “giorno e notte” invoca supplicando: “Aumenta la mia fede!”. E’ la lotta di Giacobbe al fiume Yabbok, dove Dio è il misterioso assalitore notturno, è l'Altro, colui che combatte con l’uomo e nell’uomo, gli oppone resistenza, lo spiazza, lo costringe a svelare la propria natura, i desideri, i punti deboli. «Se Dio per te non è fuoco divorante, se l'incontro con Lui è per te soltanto ripetizione di gesti sempre uguali e senza passione d'amore, il tuo Dio non è più il Dio vivente, ma il Deus mortuus, il Deus otiosus» (Bruno Forte).
 
 La fede è scandalo, non è la risposta tranquillizzante alle nostre domande. Gesù Cristo non è la sovversione di ogni nostra domanda? Nella domanda che lancia verso il cielo dalla croce, “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”, non sono forse riassunti tutti i “perché?”, che non riusciamo neppure a formulare? Solo dopo averci portato nel fuoco della desolazione, Dio diviene il Dio delle consolazioni e della pace. Il credente è chiamato ogni giorno a vincere “l’incredulo” che abita in lui, a diventare ogni giorno un vero credente, che si sforza di ricominciare a credere, nonostante tutto. Afferma Edgard Morin: «Ormai dobbiamo credere soltanto a quelle credenze che comportano il dubbio nel loro principio stesso». Nel dubbio, come afferma Pascal, c’è la verità. Fede e dubbio, del resto, lungi dall’escludersi a vicenda, non possono non coesistere. Ma l’uomo di oggi ha smesso di interrogarsi, di vivere con radicalità il suo “ateismo”. Martin Heidegger, parlando della “notte del mondo”, nella quale ci troviamo, afferma che il dramma del nostro tempo non è la mancanza di Dio, ma il fatto che gli individui, in gran parte, non soffrono più di questa mancanza.
 
Non si avverte più il bisogno di superare l'infinito dolore della morte: l’uomo di oggi vive l'illusione di sentirsi arrivato, soddisfatto e sazio. Il cuore umano non vive più l'inquietudine e la passione del domandare, il desiderio del cercare ancora, di trovare, per poi nuovamente domandare e cercare: questa è la vera malattia mortale. Martin Lutero avrebbe detto sul letto di morte: «Non siamo che poveri mendicanti». Sono parole dette alla sera della sua vita, quando era ormai sulla soglia del mistero e tutto vedeva chiaro, alla luce di una verità che non mente. Fede è ciò che mantiene svegli nell’attesa del giorno decisivo e importante. La preghiera secondo Gesù è questa vigilanza aperta e incessante, in ascolto di un Dio non “evidente”, non “muscolare”, nascosto, come un lievito segreto, nel profondo dei dubbi e delle scelte. Solo perseverando nel combattimento quotidiano, in questo “importunare Dio fino a stancarlo”, come mendicanti, otterremo il dono della sua giustizia. Solo un cuore più docile e disponibile alle esigenze del Regno trova il riscatto di ogni inadeguatezza della nostra esistenza, così “vedova” di Lui, ma capace di pretendere, costi quel che costi, giustizia.
(DON UMBERTO COCCONI)

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