Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

PARMAINDIALETTO Tv


Tgnèmmos vìsst
Al salùt pramzàn äd parmaindialetto.blogspot.com

“Parmaindialetto” è nato il 31 luglio del 2004. Quest’anno compie 13 anni

“Parmaindialetto” l’é nasù al 31 lùjj dal 2004. St’an’ al compìssa 13 an’

Per comunicare con "Parmaindialetto" e-mail parmaindialetto@gmail.com

L’ UNICA SEDE DI “Parmaindialetto” SI TROVA A PARMA “PÄRMA”.







domenica 13 ottobre 2013

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.



Pubblicato da Don Umberto Cocconi  il giorno domenica 13 ottobre 2013 alle 15,00

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!».
 
Dieci lebbrosi, un numero non casuale: dieci, infatti, sono le Parole che contengono le istruzioni di Dio al popolo di Israele (i “Comandamenti”), dieci è il numero minimo di persone che rende possibile la lettura pubblica della Torà. Orbene questa piccola “comunità”, sembra proprio rappresentare l’Israele ferito e malato, cioè tutti noi, l’umanità amata da Dio, eppure tanto lontana da Lui, incapace di riconoscere la sua presenza e la concretezza del suo amore. Benché malati della più impura e temuta delle malattie, quella che in Israele “tagliava fuori” dalla vita sociale, i dieci lebbrosi gridano, a gran voce, supplicano con forza, tutti insieme, il Dio della salvezza. Infatti chiamano il maestro con il suo Nome, bellissimo e consolante Gesù, che significa “Dio salva”. L’immediata risposta di Gesù è di fatto un “sì”, ma un sì carico di sottintesi, che mette amorevolmente alla prova, perché durante il percorso, questi sapranno ciò che desiderano, sapranno la verità su loro stessi. Lui, incamminato verso la Città Santa, dove morirà come un lebbroso, rifiutato e disprezzato, invita questi suoi fratelli a camminare a loro volta, anzi a precederlo, per portare nel tempio i loro corpi rigenerati, come segno concreto dell’amore misericordioso di Dio. Unica condizione, l’obbedienza fiduciosa alla sua istruzione: “andate, presentatevi, adempite il precetto”. Secondo la Legge, infatti, uno dei compiti del sacerdote era quello di certificare l’avvenuta guarigione dalla lebbra, condizione necessaria per l’ammissione o ri-ammissione del malato nella comunità.
 
I dieci s’incamminano, e vengono puntualmente risanati. Per la maggior parte di loro, tutto finisce qui: hanno invocato il Dio potente, hanno obbedito alle sue istruzioni e Dio li ha ascoltati, ha agito secondo il loro desiderio e la loro necessità più immediata. Fin qui tutto avviene nella norma. Nove di loro si accontenteranno di commentare il prodigio, più o meno sommessamente, lungo la strada o nelle proprie case e il loro tono di voce non avrà più la solennità liturgica dell’invocazione “corale”, che era risuonata prima nel villaggio. Sembrerebbe tutto normale, tutto regolare in questa situazione ordinata, ma servile. Invece manca qualcosa, e non è una piccola cosa! La lebbra di questi malati che abitano la periferia - la Samaria eretica, la Galilea ribelle - è simbolo dell’indurimento del cuore, di una grave perdita della sensibilità, che avvelena la capacità di relazione con se stessi, con gli altri e con Dio. Forse anche noi siamo lebbrosi, divorati da un tarlo interiore che rende sterile la nostra sensibilità, che ci rende incapaci di ringraziare e, in particolar modo, di ringraziare Dio. Sentire la necessità di ringraziarLo significa riconoscere che ciò che viviamo, le persone che incontriamo e le cose che accadono sono un dono, di fronte al quale il giusto atteggiamento è quello di lodare “a gran voce!”, riconoscendo in questo modo la grandezza di Colui che compie meraviglie nella nostra vita ogni giorno. Così fa, nell’episodio del vangelo, l’unico lebbroso, che torna indietro e mette l’amore riconoscente al primo posto, ben prima della “soddisfazione del precetto”. Guarda caso, si tratta di un samaritano, uno straniero, un fuori casta, un peccatore, che a voce alta loda Dio.
 
Perché solo lui è ritornato, mentre gli altri nove non se la sono sentita? Che cosa li ha bloccati? Eppure erano stati tutti graziati e con quale grazia! D’altronde, Gesù non li ha guariti subito, ma ha lasciato loro il tempo del cammino, li ha lasciati liberi di rispondere. Non ha voluto creare legami di obbligatorietà; in effetti, ha elargito gratuitamente ciò di cui avevano bisogno, senza aspettarsi nulla in cambio. A noi capita, a volte, di attenderci almeno un grazie, dopo aver fatto un dono a qualcuno. A Gesù invece non importa di “essere ringraziato”, ma gli importa piuttosto che attraverso ogni dono ricevuto - che è sempre in qualche modo limitato - che tu abbia ritrovato la salvezza. L’essere nuova creatura, figlio di Dio, figlio consapevole di essere amato, finalmente capace di sentimenti e comportamenti da figlio è ciò che Dio vuole per te. Il samaritano, che ha saputo riconoscere nella guarigione la grazia, il segno dell’amore di Dio, riceve “grazia su grazia”, ossia la salvezza. Gesù gli dice, infatti: “Alzati e va’. La tua fede ti ha salvato”. Il samaritano ha capito chi è Gesù: è davvero la presenza di Dio Salvatore. Anche noi dobbiamo essere “salvati” dalla nostra incapacità di ringraziare, proprio per questo le nostre relazioni sono basate sul dominio, sulla convenienza e l’opportunismo. Fatichiamo spesso a riconoscere che ciò che riceviamo non è solo il frutto del nostro impegno, ma è prima di tutto un dono, che inaspettatamente viene posto nelle nostre mani.
 
Più ringrazi più sei divino, meno ringrazi più assomigli alle cose. C’è una bellissima preghiera che ogni domenica recitiamo durante la messa. Il celebrante rivolgendosi all’assemblea dice “Rendiamo grazie a Dio!” e l’assemblea  risponde “è cosa buona e giusta” e il celebrante  prosegue: … “è fonte di salvezza rendere grazie a Te…”. Se sapremo ringraziare, saremo salvi! La salvezza è tutta racchiusa in questa esperienza. Perché tutte le domeniche sarebbe bene andare a messa? Non è forse per ringraziare Dio? La parola “eucarestia” significa proprio questo: “rendimento di grazie”. Nel momento in cui ringraziamo siamo simili al samaritano, che riconosce l’amore di Dio nella sua vita, e per questo, si prostra e, quando si prostra, loda Dio a gran voce. Come si fa a non ringraziare per la vita, per gli amici, per la famiglia, per il mondo che ci circonda? Vengono in mente le parole di San Francesco: “Laudato sii, o mi’ Signore, per fratello sole, sorella luna…” e perfino per “sorella morte”! Se riusciamo a ringraziare vuol dire che c’è in noi lo Spirito Santo, che ci rende capaci di scoprire la bellezza intorno a noi. “Grazie” è una delle prime parole che si imparano da bambini, è una di quelle che dovrebbero essere più dette nella nostra vita. L’antica espressione latina “Deo gratias”, “Rendiamo grazie a Dio!”, significa ben più del semplice e sincero ringraziamento, che sgorga da un cuore riconoscente. E’ un atto di fede e insieme di adorazione, è la dimostrazione della fiducia che abbiamo nei confronti di Dio, per un dono talmente grande, da pensare anche minimamente di poterlo eguagliare.
(DON UMBERTO COCONI)
 

Nessun commento: