Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 23 dicembre 2012

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.

 
 
Pubblicato da Don Umberto Cocconi
il giorno domenica 23 dicembre 2012 alle ore 6,50
 
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Ap¬pena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bam¬bino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orec¬chi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell'adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (dal vangelo secondo Luca).

La storia della salvezza ha inizio, e tutto inizia a muoversi. Non solo Dio si muove per visitarci, ma anche gli uomini e le donne si alzano per corrergli incontro. Maria si alzò, dopo quelli che sappiamo essere i giorni dell’Annunciazione, giorni di “timore e tremore”, ma di gioia e di profonda solitudine per lei. Chi avrebbe mai creduto alle sue parole? Lei, che aveva saputo affidarsi totalmente alla volontà di Dio, ora avrebbe sperimentato l’incredulità della maggior parte delle persone. Prima del matrimonio s’era scoperta incinta e neppure del futuro sposo: per questa infedeltà, l'onore della famiglia tradita esigeva la lapidazione. «Ricordo come fosse ora. Sentii Maria vicina, vicina seduta sulla sabbia, piccola, debole, indifesa, col suo ventre grosso, con la sua impossibilità a piegarsi, silenziosa. Vedevo attorno a noi tanti occhi che brillavano come gli occhi degli sciacalli quando attentano agli agnellini. Erano gli occhi di tutti gli abitanti di Nazaret che spiavano quella ragazza madre e le chiedevano con tutta la potenza dell'incredulità di cui sono capaci gli uomini, e più ancora le donne: “Come hai fatto ad avere quel figlio, sciagurata, scostumata!”. Povera, dolce Maria, piccola ragazza madre. Incominci male la tua carriera!
 
Come fai ad affrontare tanti nemici? Chi ti crederà?» (Carlo Carretto). C’era di che sentirsi letteralmente “stesa”, schiacciata da un’esperienza di cui non poteva aver valutato tutta la gravità e tutto il rischio. Ma ecco che Maria si alza (“risorge”, nel testo greco) e si mette in cammino svelta, senza indugio, per andare a trovare Elisabetta, tra tutte le donne l’unica che avrebbe potuto comprenderla. Dietro al gesto di alzarsi non c’è solo slancio, c’è una forte decisione. Dopo l’Annunciazione, Maria ha sperimentato in sé qualcosa di paragonabile alla morte. La Maria di prima non c’è più: sta nascendo una nuova donna, dall’umile figlia di Sion nasce la Regina e la Madre dell’umanità. Ecco perché trova la forza di fare un viaggio impossibile per una ragazzina in gravidanza, un viaggio addirittura incredibile. Apparentemente, lo compie in solitudine: ma non è più sola, ormai, c’è Gesù in lei, è Lui che le dà la forza di credere nel Dio dell’impossibile. La prima cosa che Maria fa, quando giunge dalla cugina Elisabetta, è salutarla. E questo saluto ha un dinamismo “elettrizzante”, che corre dalle orecchie di Elisabetta al suo grembo: “appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi il bambino ha esultato (ha saltato, ha danzato) di gioia dentro me!”.
 
Che “meravigliosa potenza” ha il saluto di Maria! Del resto, pochi giorni prima, lei era stata salutata in modo così straordinario dall’angelo e si era domandata il senso di quel saluto. Chissà in che modo Maria avrà pronunciato il suo “Shalom!” a Elisabetta! E i nostri saluti, come sono? Come ci salutiamo? Che cosa vogliamo comunicare con il nostro salutarci, semplice gesto dalla forza dirompente? A volte restiamo su un piano puramente formale – da persone beneducate, ci mancherebbe altro – oppure non salutiamo affatto, non azzardiamo di “interagire” davvero con chi ci sta di fronte, proprio perché sappiamo che qualcosa inizia, tra due persone, mediante il saluto. Molte volte ognuno rimane sulle sue, altre volte, invece, da un semplice saluto si innesca una relazione che è linfa, forza ed energia vitale di ogni nostra azione. Ilvo Diamanti afferma che «le nostre città sono sempre più anonime e liquide, popolate da persone che si ignorano l’una con l’altra; anche solo un cenno può essere sufficiente per stabilire un legame, una reciprocità. Rivolgere la parola è un modo per riconoscersi: qualcuno, a sua volta, ti riconosce». La nostra società, apparentemente così ricca di desideri, di contatti, diventa in realtà sempre più asettica, arida di sentimenti veri e genuini. In effetti, un cenno di saluto traccia un perimetro dentro il quale ci si può sentire a proprio agio. Non è semplicemente un rituale, un cerimoniale, un atto da compiere con distacco, per sentirsi “a posto” con l’altro che ti sta davanti o accanto: è il più importante gesto umano, senza il quale il tuo esistere è povero, privo di senso, è semplicemente un lasciarsi vivere.
 
“Buongiorno”, “Buona sera”, “Buona notte”, “Ben tornato”, “Buon viaggio”, esprimono, nella nostra cultura, l’essenza del saluto: la volontà di intessere dei legami. Esiste un galateo del vivere civile, una grammatica della cortesia, essenziale nella vita di tutti i giorni, che ha anche una sua complessità. Ma il saluto è semplice, immediato, comunica gentilezza e considerazione dell’altro: è un gesto che dovrebbe essere scontato per tutti, come il respiro. Salutare ci fa sentire meno soli. Quando le persone non danno più importanza al saluto vuol dire che le loro relazioni di stima, di affetto, di amicizia si stanno vanificando: poco alla volta incomincia ad accendersi la “spia rossa”, il segnale negativo della crisi nella loro vita. Ci sono saluti che ti conquistano, che ti fanno comprendere la gioia che abita nel cuore dell’altro e che diventerà anche la tua, tanto quel saluto è contagioso, “colmo di Spirito Santo”. Questo potrebbe essere stato il saluto di Maria, un saluto che ha comunicato l’indicibile Gioia di essere divenuta la madre del Messia. Infatti Elisabetta afferma: “A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”. La cugina ha immediatamente colto nel saluto di Maria l’esultanza per quella straordinaria maternità incipiente.
 
Maria, donna non ancora sposata e misteriosamente incinta viene “benedetta” da Elisabetta, che andando contro il comune buon senso riconosce in lei la pienezza grazia di Dio. E’ l’azione dello Spirito che le fa dire: “Tu sei benedetta tra tutte le donne, perché hai creduto, perché hai detto di sì all’amore e non ti è importato più niente di te stessa. Da tutti saresti stata incompresa, e saresti divenuta pietra d’inciampo, eppure ti sei buttata nelle mani di un Dio che ti chiedeva tutto, anche l’impossibile da credersi”. Maria è riconosciuta da Elisabetta come la Credente per eccellenza: per questo è beata – come anche il Figlio, un giorno, confermerà. Anche a noi sarà capitato che qualcuno ci abbia detto: “beato te che credi”. Chi ci avvicina riconosce, in qualche modo, che il nostro credere è fonte di gioia anche per lui: anche solo come nostalgia risvegliata, desiderio di fiducia gioiosa. «Maria, ci vuole coraggio a credere a queste cose! È difficile per noi credere a quello che dici testimoniandoci che quel figlio non è frutto di un’avventura notturna che non vuoi spiegare. Ma è difficile soprattutto per te! E’ il massimo che si può dire ad una ragazzina semplice, umile, povera, che ha avuto la sventura di parlare con gli angeli, lei che è un nulla, e che si è sentita dire che dovrà avere un figlio che sarà il Santo e figlio dell'Altissimo, sì, proprio lei, l'ultimo e il più piccolo resto d'Israele. “Beata te che hai creduto”» (Carlo Carretto).
(DON UMBERTO COCCONI)

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