Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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sabato 1 marzo 2014

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.



Pubblicato da Don Umberto Cocconi  sabato 1 marzo 2013  alle ore  18,33

Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e mammona. Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». (Vangelo secondo Matteo)
 
Mammona: qual è il significato di questa parola? E’ una… mamma grande? No, certo! E’ una parola aramaica, che indica la personificazione della ricchezza, del guadagno e del benessere materiale. Il termine mammona, ha la stessa radice di un’altra conosciutissima parola ebraica, che ripetiamo tante volte, al termine di una preghiera: "amen". La parola "amen" nella lingua italiana significa "è vero, mi affido, ci credo”, si riferisce a qualchecosa che è assolutamente evidente. Ebbene, il termine mammona, significa ciò che nella nostra vita sociale si dà per certo, che dà sicurezza e su cui si può contare. Proviamo a pensarci: io, a chi rendo culto? Si potrebbe dire: “dimmi chi adori e ti dirò chi diventerai”,  perché tu diventerai immagine e somigliante a chi ami! Se ami Dio diventi figlio, se ami le ricchezze diventi una cosa, un oggetto, tale e quale a loro e come loro monetizzabile. Ad essere onesti, possiamo ben dire, che ci fidiamo più del portafoglio che di Dio. Basta vedere cosa accade di questi tempi: i soldi scarseggiano e noi siamo disperati. Tutto ciò deriva dal fatto che abbiamo costruito la nostra felicità sulle cose, sull’avere, perciò quando ci scopriamo “in bolletta”, ci sentiamo perduti. I soldi ti “fregano”, non bastano mai, ti allontanano da te stesso, dagli altri e da Dio. A volte, taluni pur di averli, si “prostituiscono”, vendono l’anima al diavolo per ottenere ciò che vogliono ad ogni costo. Pensano che avranno così un futuro migliore e sicuro. La nostra esistenza però sarà senz’altro costruita sulla sabbia, sull’effimero, sulla carta straccia, sui “titoli spazzatura”, in quanto non si è costruito sulla roccia, sulla fede in Dio: non abbiamo posto in Lui il nostro cuore. Eppure, basterebbe guardare intorno a noi e scoprire che le creature, gli uccelli ad esempio, si fidano di Dio: non seminano, non mietono, non ammassano nei granai, eppure non mancano di nulla. Ci pensa il Padre celeste a nutrirli. Se osservassimo come crescono i fiori più belli, come i gigli selvatici, vedremmo che non faticano e non filano, eppure sono rivestiti di un “abito” di straordinaria bellezza, che non si compra e non si vende.
 
Ma tu, uomo, hai dimenticato l’essenziale: hai dimenticato che conti più di loro, nel cuore di Dio. Non credi che Lui farà molto di più per te, per noi, anche se ci comportiamo sempre come gente di poca fede? L’essere preoccupati ci impedisce di vivere in pienezza il nostro oggi, il nostro presente sempre carico di doni, di cui non ci rendiamo neppure conto, perché le nostre ansie ci portano altrove. E così perdiamo la vita, con tutta la sua ricchezza di relazioni, di incontri veri e amabili. La vita vale più del cibo e del vestito, ma noi cerchiamo le sicurezze: non vogliamo dipendere da nessuno, vogliamo essere autonomi, meglio ancora i “padroni” della nostra vita. Se le cose stanno davvero così, vuol dire invece che siamo divenuti schiavi, prigionieri delle cose materiali, ingessati dai nostri abiti, che nascondono la vera bellezza di cui siamo portatori. Quello che conta è il potere, l’apparire e l’avere, le tre tentazioni diaboliche che si ripresentano regolarmente ogni volta che intraprendiamo un cammino di libertà e di autenticità. Eppure, “chi cerca il Signore non manca di nulla”, recita un salmo; lo stesso Gesù ci dice che la l’attaccamento al denaro ci allontana non solo da Dio, ma anche dagli uomini, perché ci fa essere invidiosi, orgogliosi e avidi di tutto ciò che concorre alla nostra affermazione. Come afferma san Paolo, “l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali". E’ tanto forte questo potere del denaro che ti fa non solo deviare dalla fede ma addirittura te la toglie, perché non ci si può appoggiare su due fondamenti radicalmente diversi: o fai affidamento sulle ricchezze, o su Dio. Papa Francesco, con parole semplici ma efficaci, descrive cosa succede se poniamo i nostri passi sul fondamento delle ricchezze: «Il denaro ti offre un certo benessere, all'inizio. Va bene, poi ti senti un po' importante e viene la vanità. E dalla vanità si passa alla superbia, all'orgoglio. Sono tre scalini: la ricchezza, la vanità e l'orgoglio». Tuttavia, ha osservato, «il diavolo prende sempre queste vie: la ricchezza, per sentirsi autosufficiente; la vanità, per sentirsi importante; e, alla fine la superbia per inorgoglirci e per allontanarci dall’umiltà».
 
Il film “The wolf of Wall Street” ripercorre l’ascesa e la discesa di Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) un broker finanziario degli anni '90, pronto a tutto per arricchirsi, fino a naufragare e a infrangersi contro sé stesso. Va in scena una vita dissoluta, che non si cura di nessuno se non del dio denaro: “Diventare ricchi, anzi i più ricchi è l’unico obiettivo, e non importa come”. Jordan Belfort impara presto l’arte di spostare soldi e illusioni di felicità. Diventa il broker più ricco e adorato dalla sua squadra, il “tipo” d’uomo che è partito dal nulla, con una sola idea in testa: “fare i soldi”. Per questo si fa “lupo” tra i “lupi”. A 26 anni, Belfort non si nega nulla: case, auto, donne, lusso e fiumi di droga per sostenere una vita spesa nello spasimo del guadagno e del godimento, completamente in braccio a mammona. Nel film, tutti cercano di arricchirsi ai danni degli altri, tutti desiderano indossare abiti firmati e costosi, perchè il loro unico fine è accumulare, godere e spassarsela. E’ quasi impossibile resistere alla sirena di Jordan Belfort, che riesce a fare soldi a profusione, solo con l'uso del telefono col quale convince sempre con il solito motivo: “Ti regalo io il sogno … ”. E tutti si fanno convincere. Entrare nel mondo del guadagno facile, all’insegna del “voglio tutto subito e per ottenerlo si è disposti a tutto”, porta a compiere una vera e propria discesa all'inferno e non tanto al paradiso, propugnato da tutto quel benessere. Il regista Martin Scorsese ci propone un ritratto della violenza selvaggia e della dissolutezza utilitaristica dell’animo umano, rappresentate in una cornice di disprezzo totale di qualunque morale. Un lungo grido di dolore, lanciato con insistenza, senza mezze misure, come a voler mettere ben in guardia lo spettatore: i mostri sono fra noi e dominano ormai la nostra vita. Anzi, di più: i mostri, forse, siamo proprio tutti noi, quando ci lasciamo sedurre da mammona e coltiviamo sogni puramente materialistici.  

(DON UMBERTO COCCONI)

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