Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 11 novembre 2012

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi

 
 
Pubblicato da Don Umberto Cocconi
il giorno domenica 11 novembre 2012 alle ore 6,30
 
Dal Vangelo secondo Marco. Gesù nel tempio diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
 
 
Vedere con lo sguardo di Gesù, andare con lui oltre il velo delle apparenze: ecco la meravigliosa sfida,  proposta dal vangelo di oggi. Gesù sa intravedere la fede e la carità autentica sotto le specie di una mano che getta nella cassetta delle offerte due misere monetine. Siamo a Gerusalemme, al tempio, dove passeggiano e fanno bella mostra di sé gli “uomini religiosi”, nei loro abiti di rappresentanza, le solenni vesti talari che manifestano il loro prestigio e li propongono all’ammirazione altrui. L’essere considerati importanti è al centro della loro religione senza fede (sono praticanti, ma non credenti). Non hanno Dio al centro del loro cuore, ma piuttosto una smisurata “egolatria”, l’adorazione di se stessi: l’ambizione ai primi posti, ad essere considerati grandi, un narcisismo che si appaga dell’esteriorità, di tutto ciò che è formale. Anche lo sguardo dei discepoli, con ogni probabilità,  è stato sedotto da queste fastose apparenze.

Anche loro – come la gran maggioranza degli astanti – sono stati catturati e frastornati dall’abbondante tintinnio delle monete, lasciate cadere dalle mani dei ricchi e dei potenti nella cassa delle offerte. Un grande spettacolo davvero, questa religione ostentata e monetizzata!  Ai discepoli era senz’altro sfuggito il comportamento di quella donna, vedova e povera, che nonostante la sua miseria aveva gettato nel tesoro del tempio due monetine, del valore di un soldo, meno di un nostro euro. Non voleva incantare nessuno, non ci teneva a mettersi in vista. Del resto, nessuno sembrava essersi accorto di lei, della sua presenza. Ma Gesù, a cui nulla sfugge, è stato come folgorato dal gesto di questa donna, ne ha riconosciuto la fede grande, la bellezza essenziale. Come sempre, Gesù è sconvolgente: ci offre come modello di fede una donna che conta meno di niente. Propone all’ammirazione dei suoi contemporanei, e alla nostra, non l’uomo religioso, ma una donna, per di più posta in fondo ai gradini della scala sociale. Una donna segnata profondamente dalla vita, rimasta priva del marito e dunque senza alcun appoggio, sola, alla mercé di chiunque, a rischio di perdersi; eppure, mentre il nulla sembra aprirsi davanti a lei, eccola pronta a spendere i suoi ultimi preziosi spiccioli di speranza. Non si perde d’animo: nonostante tutto, crede ancora. Si affida, getta tutta se stessa nelle mani di quel Dio che forse l’ha delusa. Non c’è calcolo, in lei.

Non ha nessuna tutela sociale,  neppure la “pensione di reversibilità” del marito su cui poter contare. Dà tutto quello che le è rimasto per vivere: non trattiene per sé neppure una delle due monetine che sono ormai tutte le sue risorse. Consegna a Dio tutta la sua vita, senza curarsi del domani, persuasa che Lui sarà sempre con lei, non l’abbandonerà. Questa donna coraggiosa, che dimostra una assoluta determinazione, è  capace di compiere un salto nel buio, senza cedere al timore di quello che l’aspetta. La fede non è semplicemente consolazione, rassicurazione, pace dell'anima. Non è garanzia o rimedio. Anzi, la fede autentica è rischio, coraggio di fronte all'ignoto, scelta apparentemente assurda, paradosso irrazionale e scandalo. Non è un fardello facile da portare: «qui [nel mondo interiore, nell'anima] solo chi lavora trova da mangiare; solo chi è stato in angoscia, trova pace; ... solo chi estrae il coltello ottiene Isacco» (Kierkegaard).

La fede è quindi una scelta, un rapporto che lega il singolo a Dio: una relazione messa in gioco ogni giorno, in cui nulla può essere dato per scontato. Profondamente personale, è sempre segnata da dubbi e da tormenti interiori. La fede è l'atto per cui l'uomo decide consapevolmente e responsabilmente di affidarsi all'Ignoto (a ciò che non può essere “capito”, circoscritto, posseduto) per sconfiggere il timore e l'angoscia che sono prodotti dallo stesso ignoto. A Tertulliano, pensatore del II secolo, è attribuita la frase: «Credo perché è assurdo, perché è impossibile» (Credo quia absurdum). E sant’Agostino aggiunge: “Si comprehendis non est Deus”,“Se dichiari di poter comprendereDio, allora ciò che dichiari di aver compreso non è Dio" (letteralmente: “se comprendi, non è Dio”). E tuttavia, migliaia di anni di esperienza di fede ribadiscono (come Gesù non smetta di mostrare e ripetere) la realtà  salvifica della fede: un Impossibile più vero, più saldo, più trasformante del possibile.
DON UMBERTO COCCONI

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