Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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domenica 19 gennaio 2014

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.




Pubblicato da Don Umberto Cocconi  domenica 19 gennaio 2013  alle ore  7,22

L’indomani Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Vangelo secondo Giovanni). L’evangelista, quasi in presa diretta, ci racconta cosa avvenne quando Giovanni (il Battista) vide Gesù andare “verso di lui”. Con l’uso del participio presente, l’autore del quarto evangelo ci vuole comunicare che Gesù è “il veniente”, colui che ti viene incontro, che ti guarda, che “punta” su di te. Siamo pertanto dentro un’azione avvenuta in quel preciso istante, ma che continua ad accadere sempre, anche oggi, proprio in questo momento. Giovanni è fermo e vede con sorpresa che Gesù lo sta guardando e sta dirigendosi verso di lui. Immaginiamoci la gioia, la sorpresa, il timore, l’emozione che sta provando. E mentre “colui che era prima di lui” sta giungendo, Giovanni tende il braccio e con l’indice della mano lo indica ai presenti: “Eccolo!”. In questo modo lo identifica, affinché tutti possano posare sul Veniente il loro sguardo. L’iconografia classica descriverà Giovanni il Battista come l’uomo che con il gesto della mano tesa e l’indice puntato indica una presenza. Concentriamoci sulla forza espressiva di quel gesto. Umberto Galimberti osserva acutamente che i gesti del corpo non sono, di per sé, la semplice reazione nervosa ad un’azione di stimolo, ma la risposta del corpo a un mondo che lo impegna.  
In ogni gesto c’è dunque la mia relazione con il mondo, il mio modo di vederlo, di sentirlo, la mia eredità, la mia educazione, la mia costituzione psicologica. Nel gesto c’è quindi tutta la mia biografia, la qualità del mio rapporto con il mondo, il mio modo di offrirmi e di rapportarmi ad esso. «Per questo i nostri gesti raccontano la nostra vita, dicono se è una festa dionisiacao se è la tragedia della ripetizione, se il suo ritmo è la danza o il gesto economico e calcolatore che differisce per conservare e conserva per paura di perdere». Il gesto del Battista è un gesto non autoreferenziale, ma di grazia. Gli sguardi dei presenti non devono essere più rivolti al testimone, ma devono rivolgersi verso colui che è chiamato “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. Parlando di Gesù, Giovanni lo presenta con l’immagine dell’agnello di Dio, chiara allusione all’agnello sacrificale della Pasqua. Il Veniente è l’amore di Dio, la tenerezza di Dio, la giustizia di Dio che toglie, proprio perché lo porta su di sé, il “peccato” del mondo. Ma che cos’è dunque il peccato del mondo? Perché non si usa il termine al plurale, “peccati”, ma al singolare, “peccato”? Non sono forse tanti i peccati del mondo? Qual è allora “il” peccato del mondo? Santa Maria Maddalena de’ Pazzi diceva: «Amore, Amore! O Amore, che non sei né amato né conosciuto!…. O anime create d’amore e per amore, perché non amate l’Amore? E chi è l’Amore se non Dio, e Dio è l’amore?». Il peccato del mondo è essere prigionieri del proprio mondo, del proprio “ego”, delle proprie ragioni e delle proprie passioni, è il non essere aperti all’altro, è chiudersi per ripiegarsi su se stessi: è diffidare sistematicamente dell’altro e amare solo il proprio io. Portando su di sé il male del mondo, facendolo suo, senza però appartenergli, Gesù lo sconfigge. Gesù ha insegnato a portare il male, non a restituirlo. Pertanto, se incontri uno che ti schiaffeggia, che fai? Se lo schiaffeggi, allora sei come lui e il male si moltiplica 
Offrigli invece “l'altra guancia”, per non entrare nella dinamica dell'imitazione e scegliere così l’atteggiamento opposto, quello di non percuoterlo a tua volta. Incontri uno che ti odia? Investilo d'amore. Incontri uno che fa il male? Esercita misericordia nei suoi confronti. Come si può sconfiggere il male? Di certo non con un altro male, neppure con le cosiddette armi della giustizia. Gesù ha vinto il male con il bene. Proprio nella notte in cui veniva tradito, Gesù ha saputo donare tutto se stesso, amando ancora di più di quanto avesse mai fatto prima. Il Veniente è colui sul quale Giovanni ha “contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”. Il Battista ha contemplato, ossia ha osservato a lungo, con profondo coinvolgimento, quasi rapito dalla visione e ha provato meraviglia, perché non solo ha visto lo Spirito “discendere” su Gesù”, ma lo ha visto “rimanere”, come in un lungo indugio amoroso, su di lui. A quel punto, Giovanni esclama: io vi ho immersi nelle acque del Giordano, Lui vi immergerà nel vento dello Spirito, dell’amorosa libertà di Dio. Che cosa ci accadrà se saremo immersi nel vento dello Spirito? Quando qualcuno s'innamora, c'è immancabilmente chi commenta: «Quello ha perso la testa». Un'altra frase che spesso viene scambiata tra innamorati è: «Ti amo da impazzire...». Niente di strano! Le due espressioni traducono una caratteristica del tutto naturale dell'amore. Non si può amare, se non perdendo la testa. E non ci può essere che un amore “da pazzi”: l'amore è parente stretto della follia. Per amare veramente occorre uscire fuori di sé, rinunciare ad amministrare giudiziosamente la propria vita, smetterla di fare calcoli prudenti, seguire una logica che non è quella del senso comune.  “Il capitale umano” di Paolo Virzì, ci racconta in tutte le sue pieghe che cosa sia davvero il “peccato del mondo”. Il film comincia con la ripresa della sala di un ristorante alla fine di un banchetto di beneficenza; il periodo è sicuramente quello natalizio.  
Un cameriere, al termine del suo lavoro, torna a casa in bicicletta e viene investito da un SUV, che non si ferma però a soccorrerlo. Quindi il “nastro” della narrazione viene riavvolto, per raccontare una vicenda che si snoda lungo un arco di circa sei mesi prima dell’incidente, da tre punti di vista personali diversi: quello di Dino, un immobiliarista, con le sue velleità di ascesa sociale, quello di Carla, donna ricchissima, ma infelice e quello di Serena, una giovane che ha il desiderio di vivere un amore vero, ma è oppressa dalle ambizioni del padre. Tutte le storie hanno un punto di convergenza nell’incidente subito dal ciclista, vera chiave di volta del racconto. Attraverso le vicende dei vari personaggi, si disegna un'Italietta squallida, riassunta in una “Brianza” ipocrita e ricca, popolata da squali della finanza, padri infantili e cialtroni, signore ricche e annoiate, giovani rampolli aristocratici, uomini d’affari spericolati, che arrivano a scommettere sul fallimento del paese. I figli, con i loro comportamenti, sono purtroppo il risultato finale di questa situazione: fragili, bugiardi, superficiali, pagheranno a caro prezzo la triste eredità dei loro genitori. Nel codice a barre, che è il logo del film, dove si trova inscritto il titolo, c’è in sintesi tutto. Il “capitale umano” rappresenta l'espressione burocratica, con cui le assicurazioni calcolano, in base a parametri di vario genere, il “giusto” prezzo di una vita, ma questo aggettivo, questa blanda concessione all'umanità non ha niente a che fare coi sentimenti e il valore delle persone: è un altro capitale, se mai, a guidare la danza, in un immenso valzer speculativo. Ecco in che cosa consiste il peccato del mondo: divenire cinici, a tal punto che per difendere i propri interessi, le proprie ragioni e per non perdere ciò che si possiede ci si trasforma in mostri infelici.
(DON UMBERTO COCCONI)


 
 

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