Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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domenica 27 settembre 2015

IL VANGELO DELLA DOMENICA: COMMENTO DI DON UMBERTO COCCONI.

Gesù disse alla folla: «Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue». (Vangelo secondo Marco)

1.       Parole davvero taglienti quelle di Gesù! Esse hanno come leitmotiv una domanda: “tu come usi il tuo corpo, la tua mano, i tuoi piedi, il tuo occhio? Il tuo corpo è vissuto e percepito come un dono, è il luogo della comunione, oppure è il luogo dell’appropriazione e della mercificazione di te stesso?”. La nostra società moderna come parla del corpo? E le religioni come ne trattano?
2.       Ci viene da pensare: “Le religioni con i loro comandamenti e divieti non rendono forse amara la cosa più bella della vita? Non innalzano forse cartelli di divieto proprio là dove la gioia e la felicità ci fanno pregustare qualcosa del Divino? Il cristianesimo ha davvero demonizzato l’eros?”.
3.       La stessa modernità, al contrario, non esibisce l’evidenza della fisicità come se fosse qualcosa di per sé tutto compiuto, ovvero come un assoluto? La sua identificazione con “il tutto esibito” coincide con l’annichilimento di ogni via "altra" a cui il corpo conduce.
4.       La fisicità, il più delle volte, sostituisce le relazioni, il possesso prende il posto dei legami, il corpo che è linguaggio diventa muto.
5.       E' proprio nel corpo che si manifesta l’unicità del nostro essere persona. Il nostro corpo è uno straordinario mediatore per entrare in relazione con noi stessi, con l’altro, con il mondo, non è “materia inerte, pesante”, ma luogo di “luce, di vita, di splendore”, che nasconde in sé il mistero, come afferma Giovanni Paolo II.
6.       Privata di questo valore simbolico la corporeità viene ridotta a evidenza, a ostentazione e alla fine diviene chiusura. In tal modo la parola sul corpo diventa menzogna e il corpo stesso, inganno, seduzione e promessa inadempiuta.
7.       Nella poetica di Alda Merini il “carnale” è presentato come luogo teologico di rivelazione, spazio adatto a celebrare la carne che si fa spirito e lo spirito che si fa carne: «Se tutto un infinito/ha potuto raccogliersi in un Corpo/come da un corpo/disprigionare non si può l'Immenso?».
8.       Il “corpo parla”, desidera, è fatto per l’incontro: più che bisogno è “domanda, richiamo, grido”, è movimento verso l’altro, non verso un oggetto, ma verso un soggetto, è un tendere verso l’altro-da-sé.
9.       Nel corpo non è racchiusa la registrazione della dimensione indelebile di ogni atto umano? Il corpo saggiato, venerato, divorato è salvato nella sua essenza dallo sguardo che è capace di coglierne in profondità il senso, la sua storia.
10.   Le parole taglienti di Gesù ci chiedono di compiere una riflessione sulla fenomenologia dei gesti d’amore, che compiamo con il nostro corpo. Gesti come guardare, accarezzare, abbracciare, incontrare, penetrare non possono significare qualsiasi cosa, dicono “corporalmente” la mia relazione con l’altro, chi voglio essere per lui e chi egli è per me. Sono anche suscettibili di verità o di menzogna.
11.   Non sono dunque estranei alla problematizzazione etica. Quando Gesù afferma: “Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo”, non vuol forse dire che il nostro sguardo proprio perché “non è casto” non è in grado di rispettare e sopportare la distanza dell’altro, la sua alterità, la sua indisponibilità?
12.   Proprio per questo non si è in grado di percepire il corpo come personale ed espressivo, ma lo si comprende come semplice oggetto del desiderio. «La castità è libertà o, più precisamente, libertà di fronte al desiderio» (Xavier Lacroix).
13.   Siamo ciechi tutte le volte che il nostro sguardo non è capace di cogliere il valore della bellezza dell’altro: il corpo dell’altro non è un idolo o uno strumento per me, ma è “irradiazione della presenza” in quanto la fisicità non è ostacolo, ma è rivelazione dell’interiorità del soggetto. E se di questo non sono capace “è meglio per me entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna”.
14.   Prendiamo, ad esempio, il gesto della carezza. La carezza non è soltanto un momento intermedio per giungere alla tappa ulteriore dell’unione o accrescere l’intensità del godimento. E’ già un atteggiamento nei confronti dell’altro: «il soggetto che accarezza è nella sua carezza, nella sua mano»(Xavier Lacroix).
15.   Nella carezza è implicata tutta la persona, non soltanto il movimento delle mani, ma il respiro, lo stesso sguardo, il corpo in tutta la sua apparente esteriorità. Se da una parte la carezza è seduzione, in quanto è un condurre con sé e verso di sé, essa può rivelarmi il “carattere insieme accessibile e inaccessibile dell’altro”.
16.   Il gesto esprime inevitabilmente un’intrinseca ambivalenza: è possibilità di incontro e al tempo stesso percezione della distanza, è contatto carnale e tentazione di appropriazione o di dominio.
17.   Lo stesso si può dire dell’abbraccio. Abbracciare è accogliere, circondare, proteggere, ma potrebbe essere anche catturare, avvinghiare, incorporare l’altro nel mio proprio spazio. E’ un gesto di tenerezza, ma la stretta può trasmettere violenza e desiderio di abolire ogni distanza.
18.   La Parola di Dio racchiusa nel libro del Cantico dei Cantici annuncia una nuova parola sull’amore umano, rivela la possibilità di un amore non inquinato da un eros corrotto, ma anzi arricchito dalla purezza di un desiderio che, pure acceso e intenso, realizza una comunione più profonda.
19.   Una passione che già si accende fin dall’inizio del Cantico: «Mi baci coi baci della sua bocca!» dove la donna esprime l’ansia per l’incontro, la “fame” dell’amato, la ricerca del suo respiro. 
(UMBERTO COCCONI

(Tgnèmmos vìsst)

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