Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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sabato 25 ottobre 2014

IL VANGELO DELLA DOMENICA. COMMENTO DI DON UMBERTO COCCONI.



IL VANGELO DI DOMENICA 26 OTTOBRE
I farisei si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». (Vangelo secondo Matteo)

Perché “l’Amore non è amato”? Perché l'Amore non è capito? Perché l'Amore è calpestato? Perché Colui che ama non è amato? E’ incredibile, è pazzesco tutto questo! Non solo Dio non è amato, ma anche noi non siamo più capaci di amarci, perché? Come mai l’uomo di oggi, troppe volte, non sembra in grado di amare? Forse perché non sappiamo più riconoscere che la vita è un dono, perché non sappiamo più dire grazie, anzi dubitiamo che ci sia davvero qualcuno che ci ami, figuriamoci all’infinito. Dentro di noi ci rode continuamente l’inquietudine di non sentirci considerati con amore, non solo dagli altri esseri umani, ma anche da Dio. Come potrei mai essere oggetto d’amore io che sono miserabile, sbagliato, inadeguato? Ecco che, allora, ci chiudiamo in noi stessi e tutt’al più ci arrabattiamo per carpire a destra e a manca un poco d’amore. Ma come fai a non accorgerti «di quanto il mondo sia meraviglioso. Perfino il tuo dolore potrà apparire poi Meraviglioso. Ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare! Tu dici: “Non ho niente”. Ti sembra niente il sole, la vita, l'amore? Meraviglioso il bene di una donna che ama solo te, la luce di un mattino, l'abbraccio di un amico, il viso di un bambino… Meraviglioso!» (Domenico Modugno). 

Non ci accorgiamo nemmeno di quanti doni quotidianamente riceviamo dalle persone che abbiamo accanto, dagli amici, dai genitori, dai figli e così non siamo più in grado di aprire il cuore ai loro piccoli e semplici gesti d’amore. Nelle nostre case c'è tanta gioia che attende di essere accolta: la gioia della tavola, del cibo consumato insieme, del tempo in cui siamo tutti riuniti, la gioia di andare a trovare chi ti attende, la gioia di avere qualcuno che parteggia per te. Tutt’intorno a noi c’è l’amore di Dio e non ce ne accorgiamo mai! Forse perché il più delle volte pensiamo che amare sia ricevere e non dare! Il verbo del grande comandamento biblico, “Amerai…”, è coniugato all’imperativo futuro, che è poi un futuro senza fine, un incoraggiamento e una promessa nello stesso tempo, dato come un comando: questo ci lascia davvero perplessi! Tutto si può comandare, ma l’amore, può forse essere comandato? Eppure, Dio ci comanda di amarlo. Non fa tenerezza un Dio che dice: “Amami per favore, anzi… te l’ordino”? Evidentemente, l’oggetto del comando è qualcosa di radicalmente necessario alla nostra felicità! Dio è “circolazione d’amore”: quando lo amiamo, diventiamo realmente suoi figli, perciò fidiamoci di lui, perché Lui è l’Amore! Abbiamo assoluto bisogno di essere amati e di amare, altrimenti perdiamo la nostra identità di figli, per cui non possiamo ereditare quella pienezza di Vita e di Gioia che ci spetta.

 «Amerai il Signore Dio tuo»: certo, ma come? Con tutto il tuo cuore, che è il “centro” della persona, con tutta la tua psiche, con tutte le tue energie e con tutta la tua intelligenza. C’è un detto medievale che recita: «Nulla che sia meno di Dio può riempire ciò che è capace di Dio, e l’uomo è capacità di Dio». Solo Dio può essere amato in modo “assoluto”, perché amare in modo assoluto un essere umano porta come conseguenza il diventare suo schiavo e considerarlo un idolo. “Dio è il mai abbastanza”, è Amore che non è mai ricambiato a sufficienza. Gesù afferma che il secondo comandamento è simile al primo: «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Ma che cosa vuol dire veramente amare se stessi? Amare se stessi non vuol certo dire soddisfare i propri appetiti più superficiali, ma è rispettarsi, è darsi tempo, è trattarsi con indulgenza, è riconoscere di essere soprattutto limitati, ma unici. Nell’originale greco, la parola che noi traduciamo come “prossimo” ha un significato profondo: c’è nella prossimità un senso di repulsione che deve essere superato attraverso la misericordia, ma una misericordia sofferta, che “lacera le viscere”: prossimo, infatti, è ciò che differisce inesorabilmente da noi. Afferma Massimo Cacciari: «La nostra identità e la conoscenza di noi stessi sono il risultato di un processo che non finisce mai: si costruisce il nostro “io” avvicinandosi agli altri, nell’incontro con gli altri senza però mai “con-fondersi” con loro. L’identità non è un ordito fisso, è invece il risultato di un processo durante il quale è possibile anche incontrare lo straniero che ci sconquassa, ma ci fa pensare». 

Parma in questi giorni di fango ha vissuto l’esperienza della prossimità e l’ha vissuta nei volti di tanti giovani che hanno saputo condividere e sporcarsi non solo mani, i piedi, il viso, il corpo, ma questa “meglio gioventù” ha donato il cuore, l’anima, e l’intelligenza. Le parole di Francesco Bandini, uno dei tanti “angeli del fango”, ci aiutano a comprendere che cosa abbia significato, per i giovani come lui, amare il prossimo: «Io sono i Giovani per Parma e oggi sono cresciuto … credevo di non essere nulla fino a ieri. Io sono i Giovani per Parma e oggi ho trovato il mio presente. Ho tolto fango dalle cantine, asciugato a secchiate cortili, spazzato strade, aiutato anziani, portato rifiuti. Ho le unghie piene di terra e gli occhi rossi per la stanchezza, forse anche per qualche lacrima. Ho la schiena a pezzi e ne sono felice. Io sono i Giovani per Parma  e oggi mi sono conosciuto. Ho braccia più forti di qualsiasi fiume. Ho un cuore più grande di ogni inondazione. Mi sono riversato, come mai avrei pensato di fare, tra le vie della città, in cui c’è tutto o anche solo una parte del mio cuore. Aiuto chi ha bisogno e non chiedo assolutamente nulla in cambio. Guardo gli altri senza vergogna, senza paure del loro giudizio perchè so di stare facendo qualcosa di grandissimo. Ed è questa la medaglia più grande che mi potessero dare. È forse triste dirlo, ma nella disgrazia di alcuni sto trovando me stesso, anche se mi davano per perso, o all’estero. Io sono i Giovani per Parma e in questo fango, tra queste mura sporche, in questo quartiere ferito sto innalzando uno dei pilastri più belli che compongono il mio futuro: me stesso».
(DON UMBERTO COCCONI)

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