Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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sabato 3 gennaio 2015

IL VANGELO DELLA DOMENICA. COMMENTO DI DON UMBERTO COCCONI.

IL VANGELO DI DOMENICA 4 GENNAIO 2015
In principio era la Parola e la Parola era presso Dio e la Parola era Dio, questa era in principio rivolta verso Dio. Tutte le cose furono per mezzo di lei e senza di lei neppure una cosa fu. In ciò che fu fatto era vita e la vita era la luce degli uomini. E la luce splende nella tenebra e la tenebra non l’afferrò. La Parola era la luce vera che illumina ogni uomo venendo nel mondo. Nel mondo era e il mondo fu per mezzo di lei e il mondo non la riconobbe. Venne nella sua casa, la sua proprietà, e i suoi non l’accolsero. Ma a quanti la presero diede il potere di diventare figli di Dio a coloro che credono nel suo nome i quali non da sangue, né da volontà di carne, né da volontà di uomo, ma da Dio furono generati e la Parola divenne carne e s’attendò tra noi e contemplammo la sua gloria, gloria di Unigenito dal Padre, pieno di grazia e verità. Infatti dalla pienezza di lui ricevemmo grazia su grazia, poiché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità fu per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto, l’Unigenito Dio che è verso il seno del Padre, egli l’ha narrato. (Vangelo di Giovanni)

Nella pienezza dei tempi, in Gesù Cristo il Logos, la parola che era rivolta verso Dio, si fa carne: Dio diventa uno di noi. «Egli è la parola che non nasce dalla bocca degli uomini, ma dal ventre di una donna» (Giorgio Bonaccorso). L’essenziale è ormai visibile: colui che nessuno aveva mai visto è divenuto visibile. Nel volto di Gesù, Dio è ora immaginabile, “iconizzabile”. Il poeta Mario Luzi in un suo testo ci parla della “Parola che è fatta carne”: «Non startene nascosto nella tua onnipresenza. Mostrati, vorrebbero dirgli, ma non osano. Il roveto in fiamme lo rivela, però è anche il suo impenetrabile nascondiglio. E poi l'incarnazione – si ripara dalla sua eternità sotto una gronda umana, scende nel più tenero grembo verso l'uomo, nell'uomo... sì, ma il figlio dell'uomo in cui deflagra lo manifesta e lo cela». Per il poeta Luzi la discesa kenotica, ossia “per svuotamento di sé”, della divinità trova riparo (una «gronda») nell'umanità, facendosi uno di noi nel grembo di Maria. Il Cristo condivide pienamente la nostra natura umana, al punto da “manifestare e celare” la potenza del Logos, che “deflagrerà” nella risurrezione. Jorge Luis Borges scrive una lirica dal titolo “Giovanni 1,14” in cui si riferisce a quel particolare momento quando Dio incominciò a stare fra gli uomini «con stupore e tenerezza», condividendone «il timore e la speranza, la veglia, il sonno, i sogni, l’ignoranza, la carne, l’amicizia». 

E’ l’attimo in cui Dio prese a conoscere «il sapore del miele e della mela, la voce umana, il suono di passi sopra l’erba, l’odore della pioggia in Galilea, l’amarezza». Mentre la poesia riesce a descrivere con parole il mistero, la filosofia pare arrestarsi davanti a ciò che appare inspiegabile con le categorie della logica. Come può l’Essere divenire? Come può la Parola “divenire carne”? Il logos si fa “sarx”: com’è possibile l’impossibile? Come può la Parola che era presso Dio, la Parola che era Dio, divenire realtà fragile, caduca, mortale? E’ l'evento della condiscendenza di Dio, che porta il Creatore a farsi creatura: siamo nel cuore del paradosso della fede cristiana. “Farsi carne” significa il divenire umano di Dio: Dio si fa conoscere all'uomo e lo incontra nell'umanità di Gesù Cristo. Si può dunque affermare che in Gesù, il Figlio, Dio ha vissuto l'esperienza umana “dall’interno” dell'umanità stessa: per questo possiamo affermare che l'umano è il luogo di Dio, il “dove” di Dio. Dio si fa uomo perché l’uomo possa diventare Dio? No! Dio si fa uomo perché l’uomo possa diventare in pienezza “uomo”. Del resto, sant’Ireneo di Lione scrive: «Come potrai essere Dio, se non sei ancora diventato uomo? Devi prima custodire il rango di uomo e poi parteciperai alla gloria di Dio». 

 E’ cristiano chi diventa uomo! Anche Dietrich Bonhoeffer si sofferma su questa “riduzione all’essenza” dell'esperienza cristiana: «Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un Santo) in base a una certa metodica, ma significa essere uomini. Cristo crea in noi non un tipo d'uomo, ma un uomo. Non è l'atto religioso a fare il cristiano, ma il prender parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo». Forse, l'umano, che è in noi, è esattamente il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio. "La Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi", nel suo significato originale significa: "pose la sua tenda, si attendò fra noi". Perché si dice "pose la sua tenda", e non, ad esempio, "costruì la sua casa"? «La tenda può essere il simbolo dell’avventuroso rapporto tra Dio e l’umanità. Stabile e fragile insieme. Percepibile e no, oggi qui e domani là, misterioso sempre» (Giorgio Cingolani). Nell’Antico Testamento, infatti, si parla della “tenda dell’incontro” fra Dio e Israele, con riferimento sia al santuario mobile del deserto che al tempio di Gerusalemme. C’è, però, una differenza radicale tra le due “tende-presenze”. In Cristo non si ha più un tempio di teli o di pietre, ma di “carne” perché il nuovo tempio è il corpo di Cristo. Nell’espressione “Noi contemplammo la sua gloria”, si avverte l’irruzione della testimonianza della comunità, che proclama il suo sguardo di fede sul mistero che le è stato rivelato. Essa riconosce nella carne di Gesù di Nazaret la manifestazione della gloria di Dio, una manifestazione, che l’uomo non può che ammirare e lodare, per rimanerne assolutamente stupito.
(DON UMBERTO COCCONI)

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