Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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sabato 30 agosto 2014

Il Vangelo della domenica: commento di don Umberto Cocconi


Il Vangelo di domenica 31 agosto
Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va' dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria anima? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria anima? Perché il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni». (Vangelo secondo Matteo)

Dagli anni ’80, fino a poco meno di una quindicina d’anni fa, è andato in onda un programma televisivo che si chiamava “Ok, il prezzo è giusto”. Il gioco consisteva nell’indovinare il prezzo di diversi prodotti. Nel vangelo di oggi, la domanda di Gesù sembra proprio riferirsi a un ambito di natura commerciale: quanto vale la tua vita e qual è il suo “prezzo giusto”? E’ possibile fare della propria anima una merce di scambio? Cosa può esserci di talmente conveniente da indurci a “venderla”? E la vita, con tutto quello che la concerne, compresi i nostri comportamenti, questa vita che ci è così cara, come potremmo mai salvarla? Gesù usa un linguaggio forte e paradossale, come del resto riesce sempre a fare. Quanto al “perdere la propria vita”, Gesù allude alla morte, certamente, ma gioca sull’ambiguità dell’espressione, che rimanda sia alla morte fisica che spirituale, fatto ben più grave e irreversibile. Proviamo a pensarci: quante volte mi sono venduto l’anima? Quante volte mi sono “svenduto”, ho svenduto valori preziosi quali la dignità, l’integrità morale, la coerenza, per guadagnare qualche cosa, ma che cosa? Per quanto seducente sia stato il contraccambio, si tratta sempre di qualcosa che alla fine non vale il prezzo della vita, dell’identità profonda, del nostro “nucleo” di umanità, del nostro profilo spirituale. «Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la sua anima», dice Gesù, ovvero, se poi perde se stesso? «Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo», diceva Pavese. In ogni situazione, qualsiasi oggetto l’uomo cerchi, non cerca altro, in realtà, che se stesso. E allora, che giova guadagnare il mondo intero, se poi perdo me stesso, il mio io, il mio cuore, la mia anima, la mia essenza? Ognuno è più grande del mondo, non va dimenticato: più grande di tutto ciò che è “cosa”, di tutto ciò che è potenzialmente una merce, di tutto ciò che può essere oggetto di possesso e di commercio. Occorre fare molta attenzione al nostro rapporto con le cose: nella misura in cui le possiedi, esse rischiano sempre di possederti a loro volta, di “cosificarti” e perciò di “nientificarti”. 

Davanti a questo rischio veramente mortale, qual è il suggerimento, o meglio la provocazione, che ci viene da Gesù? E’ questa: “Se perderai la tua vita donandola, di certo non la perderai, anzi la guadagnerai in eterno”. E’ il paradosso cristiano per antonomasia, è il vero significato della croce. E’ precisamente quello che è avvenuto a Gesù, da Lui stesso descritto nella profezia che apre questo brano di vangelo, vero e proprio annuncio pasquale: Gesù accetta di perdere la propria vita andando proprio là dove lo attendono i suoi nemici; accetta anche la prospettiva di essere perseguitato e colpito con atrocità, da parte dei suoi capi e infine di essere ucciso nel modo più infamante. Certo, la sua vicenda non finirà qui. Oltre il buio confine della morte di croce, Gesù annuncia una resurrezione nel «terzo giorno». Nella bibbia, Il terzo giorno è il tempo di grazia in cui i conti tornano, in cui la sventura diventa provvida, in cui tutto concorre al bene, anche i fatti più tragici. In quel giorno, Gesù ritroverà la propria vita dopo averla perduta, consumata, gettata in pasto a chi lo vuole cancellare dal mondo e dalla storia. Il terzo giorno è il tempo in cui il paradosso si compone, o come direbbe il linguista Ferdinand de Saussure, il tempo e il luogo in cui “ tout se tient”, in cui tutto mostra una coerenza profonda, in cui perdere è trovare, in cui “si indovina il prezzo giusto”, il vero valore della vita. Nel celebre “Faust” di Goethe, il protagonista, Faust appunto, stringe un patto per la vita eterna con Mefistofele, il diavolo. In cambio della propria anima, egli ottiene la possibilità di provare tutto, di passare da un desiderio all’altro, da un amore all’altro, di possedere il mondo intero, ma a una condizione: «Se dirò all’attimo: fermati dunque! Sei così bello! Allora mi potrai gettare in catene» promette Faust nella sua “diabolica” compravendita, «allora andrò volentieri in rovina!». E oggi che cosa significa “vendere l’anima al diavolo”? Non significa forse, nella sostanza, tradire se stessi? Il “se stesso” di ognuno di noi è più grande del mondo. Il mondo intero, infatti con tutte le sue cose, con tutte le sue merci, non basta a soddisfare il desiderio, la sete di amore, di dignità, di condivisione, di bellezza, di giustizia, di assoluto, che ognuno di noi porta in sé. Possiamo avere tutto e nello stesso tempo smarrire noi stessi. 

Se incominciassimo ad amare davvero la nostra umanità, a esserne consapevoli, a metterla in gioco, valutando alla sua luce qualsiasi proposta, qualsiasi sguardo, qualsiasi tentativo, nessuno potrà prenderci in giro. E’ proprio perché non ci valutiamo, perché non crediamo in noi stessi, che arriviamo a gettare via la nostra essenza, la nostra dignità: per questo l’uomo contemporaneo arriva a svendersi così spesso e così male, con tragica indifferenza.
Il film "Faust" di Aleksandr Sokurov, vincitore alcuni anni fa del festival di Cannes, racconta proprio l'incontro tra Faust, un medico, e Mefistofele, il diavolo, che non per niente è un individuo assetato di denaro, un usuraio, uno strozzino. Il Faust che vende la propria anima al diavolo è un uomo insoddisfatto e insaziabile, divorato da un’inestinguibile sete di sapere, che lo porta a non accontentarsi mai di quello che sa. Durante tutto il film, Faust e il diavolo non fanno altro che muoversi, spostarsi da un luogo all'altro per andare oltre, come chi è condannato a non trovar mai pace. Una pace che Faust, forse, non vuole nemmeno trovare, perché l’attimo “assoluto”, il momento talmente appagante, da fargli desiderare che questo non finisca mai, è la sola condizione che può far saltare l’accordo. Nel film, il patto e la sua condizione s’intuiscono - quando per un momento la bellezza di Margherita si blocca con un fermo immagine sullo schermo - ma viene ben presto dimenticato, in nome del tormento, della sete di conoscenza, che spinge Faust lungo un cammino dove tanto Margherita quanto il demone-usuraio e tentatore finiranno per essere abbandonati. Il regista Sokurov sceglie di provocare il pubblico, di stordirlo con l’esasperazione di dialoghi serrati e di sequenze concitate, tra scenari cupi e una minuziosa simbologia infernale. Anche Sokurov, novello Mefistofele-usuraio, propone allo spettatore un patto a caro prezzo, per condurlo negli abissi del mistero del male. Tutto questo per dargli la possibilità di scoprire la verità delle sue azioni e dell’inganno operante nel mondo, dove il denaro diventa un idolo, dove è al lavoro il diavolo-usuraio, dove si pretende di sapere tutto del corpo, ma senza sapere niente di ciò che è fondamentale: abbiamo un’anima, una coscienza, perciò siamo e dobbiamo essere consapevoli del nostro valore, dovuto alla nostra umanità
(DON UMBERTO COCCONI)

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