Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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sabato 2 agosto 2014

IL VANGELO DELLA DOMENICA. COMMENTO DI DON UMBERTO COCCONI.




Pubblicato da Don Umberto Cocconi  sabato 2 Agosto 2014 ore 20,07


Gesù avendo udito della morte di Giovanni Battista, partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. (Vangelo secondo Matteo)

Gesù non si sottrae mai! Avrebbe avuto più di un motivo per disimpegnarsi, per attendere un momento più favorevole per la sua missione, eppure non ha paura di mettersi in gioco, ancora una volta in prima persona. Nonostante l’uccisione del Battista, che dev’essere stata per lo stesso Gesù un fatto traumatico, non indietreggia: anzi, la solitudine che cerca è da considerarsi come il momento, in cui comprende che la sua ora è davvero giunta e che non può più attendere. Questo suo momentaneo “allontanamento” da tutti lo porterà invece, paradossalmente, ad essere ancor più vicino alla folla, che non smette di assediarlo in continuazione. Sarà proprio la compassione ad “afferrare” il Signore, quando, giungendo a riva, vedrà un’interminabile carrellata di volti sfilargli davanti, carichi di domande, di storie e di passioni. Sono proprio quei volti a convincerlo che la sua missione è proprio quella di farsi “pane” per questa umanità, sempre affamata di vita. Nella storia della filosofia occidentale, l'unico pensatore che abbia imperniato tutto il proprio pensiero etico sul principio della compassione è Arthur Schopenhauer: «L'amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo. Appena questa compassione si fa viva, il bene e il male degli altri mi stanno immediatamente a cuore allo stesso modo del mio stesso bene: così ogni differenza fra lui e me non esiste più. 

Questo evento è misterioso: è un fatto, di cui la ragione non può render conto direttamente e le cui cause non si possono scoprire mediante l’esperienza». Ciò che Arthur Schopenhauer definisce “evento misterioso” Giacomo Rizzolatti, il capofila della scoperta dei "neuroni specchio", lo ha reso però intelligibile. Tra gli esseri umani – afferma Rizzolati – esiste una comprensione istantanea dell'altro e questo accade senza bisogno di mettere in gioco processi cognitivi superiori, poiché il soggetto comprende l’altro, in quanto gli è simile. C’è, pertanto, un legame intimo, naturale e profondo tra gli esseri umani, a tal punto da affermare che i sentimenti sono “contagiosi”. «Di sicuro la natura ha creato una società "comunista", non nella suddivisione dei beni, ma nella condivisione delle emozioni perché si tende comunque a stare insieme. C'è la necessità di farlo, anche se certe società, come quella attuale, spingono verso l'individualismo e insegnano l'egoismo». Comprendere le azioni degli altri e le intenzioni che ne sono alla base è una caratteristica della nostra specie, che ci consente di interagire con i nostri simili e di empatizzare con loro. La compassione, che oggi appunto chiameremmo empatia, è la capacità di immedesimarsi in un'altra persona, fino a coglierne i pensieri e i diversi stati d'animo. Secondo la definizione che ne dà Edith Stein, l’empatia comprende un genere di atti, attraverso i quali si coglie in profondità l'esperienza che l’altro vive. 

Quando incontriamo una persona, ci troviamo di fronte alla sua “identità originaria” e non solo perché davanti a noi c’è l’espressione del suo volto, le sue emozioni, il suo sguardo. «Ciò che gli occhi, la parte più espressiva del corpo, mi dicono, non si limita soltanto all’identità della persona che ho di fronte. Vedo anche il grado del suo essere desto o la sua tensione, nella fermezza del suo sguardo vedo la fermezza del suo orientamento spirituale e, nell’irrequieto vagare dello sguardo, l’agitato vagare da un oggetto all’altro. Inoltre vedo tutta la scala di sentimenti, ira, gioia, tristezza, orgoglio, bontà e nobiltà d’animo, nonché il modo totalmente personale da cui deduci che questa persona è buona, affettuosa o scostante». Quando riusciamo a cogliere lo stato d’animo della persona che abbiamo di fronte, come viviamo tutto ciò? Spesso ci mettiamo nei suoi panni, allorchè proviamo gioia, dolore e riviviamo in quel momento un’emozione già vissuta. Attraverso l’empatia, la persona esce da se stessa, in quanto si rivolge al vissuto altrui, ma in tal modo si rende conto di essere in relazione non solo con il mondo dell’altro, ma prima di tutto con se stessa. Negli occhi dell’altro vedo me stesso. Afferma Edith Stein: «Solo chi si sperimenta come persona, come totalità che possiede un senso, può capire altre persone; se no ci rinchiudiamo nella prigione della nostra particolarità; gli altri ci diventano un enigma oppure, ancora peggio, li modelliamo a nostra immagine e distorciamo così la verità». Quanto più un essere umano ha trovato il proprio “se stesso”, tanto più può diventare un “maestro di comprensione”, “un maestro dell'amore”. Quando guardo una persona negli occhi, allora scorgo immediatamente il suo “io”. 

La folla sente profondamente, guardando negli occhi Gesù, la sua compassione e a sua volta questa folla non è più una folla anonima, ma diviene una comunità di volti che si riconoscono. Ne è prova il fatto che inizia quella condivisione che li porterà dall’ostilità alla ospitalità: sono divenuti fratelli. Sono invece i discepoli a non capire, a non provare compassione per la folla, in quanto la loro logica puramente efficentista ed economicista, è all’insegna dello sbrigativo “fai da te”: ognuno si deve arrangiare insomma come può. Chissà come avranno compreso le parole che rivolge a loro Gesù: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gesù stesso non ha proprio nulla in mano per nutrire le folle, ma fa una cosa che in realtà, potenzialmente, ognuno di noi potrebbe fare. E' possibile esortare chi ha fame già di per sé, ad affidare ciò che è e ciò che ha a qualcun altro, per quanto poco gli sembri, perché sia condiviso? Certo, la risposta sarà, molto facilmente, che quel poco non può bastare né all’affamato, né men che meno ad un altro. Entrerà in gioco, infatti, anche la paura di rendere manifesta la propria povertà e il conseguente attaccamento ai propri beni, per quanto modesti. Ma non è proprio lo sguardo di Gesù e la sua compassione, a permettere alle persone di aprirsi e di condividere ciò che hanno? Gli sguardi che reciprocamente gli uni e gli altri, seduti nel “luogo deserto”, si rivolgono non sono più sguardi di ostilità e d’indifferenza, ma di fiducia e di affidamento. Il miracolo della “transustanziazione” accade proprio nel momento in cui tutto quello, che l'altro mette nelle nostre mani può essergli da noi restituito, benedetto nell’amore compassionevole di Dio.
(DON UMBERTO COCCONI)





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