Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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domenica 15 giugno 2014

IL VANGELO DELLA DOMENICA. COMMENTO DI DON UMBERTO COCCONI




Pubblicato da Don Umberto Cocconi  domenica 15 giugno 2014  alle ore  6,07

Disse Gesù a Nicodèmo: «Talmente infatti amò Dio il mondo che il figlio quello unigenito diede, affinché ogni credente in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Il credente in Lui non è giudicato; ma il non credente già è stato giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio» (Vangelo secondo Giovanni).

Dice ancora qualcosa il nome di Dio agli uomini d’oggi? Già nel tardo Ottocento, un pensatore come Nietzsche sosteneva che questo Dio fosse ormai morto nella mente, nel cuore, nella vita pratica dell’uomo moderno. Non si tratta dell’ateismo vero e proprio, in qualche modo eroico, che vede in Dio il nemico dell’uomo e dunque gli muove guerra. No, il nostro tempo sembra piuttosto privilegiare un relativismo persuasivo e strisciante. Quella di Dio è una grande idea, talmente alta e nobile che, come afferma Ivan Karamazov, c’è da stupirsi che sia venuta in mente a un “animale selvaggio” come l’uomo. Però, per grande che sia, è destinata a dissolversi come rugiada sotto i raggi spietati della scienza e della modernità. Rimasto senza Dio, l’uomo deve imparare  a vivere sotto un cielo, da cui non può venirgli alcun soccorso né consolazione. Dio è uscito di scena, come ci fanno credere certi cartelloni pubblicitari di dimensioni cubitali che da settimane tappezzano la nostra città. È proprio vero che basta mettere una croce sulla lettera D per cancellare la presenza di Dio dalla nostra storia? E cosa rimane se togliamo questa D che ci ostacola, che ci ingombra la vita? Rimane solo “io”. Ecco, ora l’Io umano può esistere indisturbato. Però continua a esistere lo scandalo del male, eterna pietra d’inciampo, prima obiezione all’esistenza di un Dio amabile: la logica lo riduce a un Dio “impotente” o “malvagio”, davvero da cancellare. Ma anche dopo aver cancellato del tutto Dio, perfino come idea e come parola, il male continua ugualmente a farci male e farlo rientrare “nell’ordine naturale delle cose”, tra le forze del caos, non ci appaga davvero. Il problema è proprio quella “croce sopra” al nome di Dio. Croce sopra, in realtà croce scandalosa in quanto fu il sostegno di un Dio-Figlio, talmente umano, che accettò consapevolmente la morte, tra le braccia visibili di un legno innalzato e le braccia invisibili di un Padre, che nonostante l’amarezza dell’abbandono  e della più nera solitudine, lo strinse a sè.Altro modo non c’è per dichiarare la solidarietà con la nostra condizione esistenziale, per riscattarla pienamente. 

Sì, Dio è davvero morto, morto in quel Figlio desolato, morto perché ha voluto morire! Quanto mistero è racchiuso a volte in una sola parola: nel vangelo di oggi, è la parola “talmente”. “Talmente”, ossia a fino a quale punto, “in modo tale”, “a tal punto” che…  Quel “che” ci annuncia la conseguenza immancabile, di fronte alla quale il nostro pensiero si smarrisce per l’enormità della rivelazione: “Talmente infatti amò Dio il mondo che il figlio, quello unigenito, diede”. Questa è follia! Dio è pazzo: come si può amare il mondo che non ti cerca, che ti sfrutta, che ti odia, che ucciderà ciò che ti è più caro? «Padre, perdonali!» giunge a chiedere il Figlio, straziato e insultato, folle d’amore anche Lui. E il Padre perdona, l’Amore dilaga, lo Spirito si effonde sulla cattiveria umana, tutto bagna e tutto lava e tutto fa ardere: suscita una moltitudine di figli chiamati a moltiplicare il perdono, la fiducia nell’Amore che riscatta la vita e la trasforma radicalmente. Tutto questo per Amore, solo per Amore! Il vero amore, ricorda Kierkegaard, rende ciechi, nasconde i peccati altrui, non li evidenzia con fare giudicante. La persona che ama "nasconde" i peccati del suo prossimo, non ne vede nemmeno i difetti, «o se li vede si comporta come se non li vedesse», nascondendoli a sé e agli altri: è il comportamento dell’innamorato. Dio ti ama non perché te lo meriti, o perché sei amabile, ti ama proprio anche se gli sei ostile. Come afferma san Paolo, «mentre eravamo peccatori, Cristo morì per noi». E perché? Perché l’amore è illogico, è gratuito, prescinde dall’accoglienza, dalla reciprocità o dal merito. L’incredibile amore di Dio si svela nel volto del Figlio, nelle sue parole e nelle sue azioni: dunque, se è vero che il nostro valore si misura sulla base di quanto siamo amati, noi “valiamo” la vita di Dio! Eppure, l’abbiamo dimenticato. Il problema è: quale immagine di Dio abbiamo in noi? Un Dio-idolo, opprimente e vendicativo, un giudice inflessibile da tener buono con ordinati riti di espiazione, con valanghe di devozioni, il Dio di rappresentanza di tutti i formalismi religiosi, nutriti dalla paura del castigo? Gesù viene a guarirci dall’immagine falsa, davvero scandalosa, che abbiamo di Lui, ci insegna ciò che siamo, qual è la nostra vera vocazione: quella dei figli, dei veri figli, fiduciosi e coraggiosi, che conoscono e amano la bontà del Padre e la trasfondono nelle loro relazioni personali e nel mondo intero. «Gesù può venire verso di noi come fratello, perché si sa Figlio, si sa amato infinitamente e dice: “questi sono i miei fratelli, sono amati come me, io vado da loro a testimoniare questo”. E tutto il Vangelo è testimonianza di questo amore del Figlio. 

Lui ci ama come lo ama il Padre e ce l’ha testimoniato con la sua vita. E il Padre come ci ama? Come ama Lui, come Figlio unigenito» (Silvano Fausti). Gesù è venuto a “sdemonizzare” l’immagine di Dio, ed è proprio la Croce che ci guarisce. Guardandola, contemplando quello spettacolo meschino e grandioso al tempo stesso, abbiamo la misura dell’amore folle di Dio per noi: l’uomo è la passione e nello stesso tempo la croce di Dio. Ma Dio non è venuto per giudicarti o per condannarti, ma per liberarti dalle tante immagini false che ottenebrano la tua mente e il tuo cuore! La croce di Gesù ferma il male proprio perché Lui ha preso su di sé il peccato del mondo e il peccato del mondo è proprio questa perversione del cuore, che ci impedisce di credere nell’Amore di Dio, di accoglierlo nella nostra vita. L’evento della croce ci dice che il “giudizio di Dio” è che Lui preferisce finire in Croce piuttosto che condannarci. Eccolo qui, il suo giudizio: l’Amore assoluto! Così il poeta Mario Luzi descrive gli affetti dell’Amato (Gesù, ormai alla fine del suo itinerario di Passione) nei confronti della sua amata (la terra dell’uomo): «Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti ... ma ora mi addolora lasciarla… La nostalgia di te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna… Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà eppure talvolta l’ho discussa… Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina, ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi. Qui termina veramente il cammino. Il debito dell’iniquità è pagato all’iniquità. Ma tu sai questo mistero. Tu solo»
(DON UMBERTO COCCONI)


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