Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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sabato 7 giugno 2014

Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.



Pubblicato da Don Umberto Cocconi  sabato 07 giugno 2014  alle ore  18,07

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»  (Vangelo secondo Giovanni).
 
Le porte nel luogo dove si trovano i discepoli sono chiuse. Hanno tutti paura: lo smarrimento, lo sconforto si è impadronito di loro, da quando Gesù è stato crocifisso perché sono perseguitati, non solo dall’esterno, ma anche “dall’interno”. Hanno tradito, hanno rinnegato, sono fuggiti, hanno mancato di fiducia nei confronti di Gesù e anche gli uni verso gli altri: sono divenuti una comunità profondamente ferita. Eppure, nonostante tutto questo, nonostante i limiti e le chiusure, Gesù viene, si avvicina ancora una volta e si pone stabilmente “in mezzo a loro”. Questa indicazione spaziale ci ricorda visivamente che Gesù è al centro e i discepoli sono intorno a Lui. Gesù è in mezzo: ovvero, tra me e te, c’è Gesù; questo mi permette di vederti meglio, di vederti attraverso di Lui. «Mettere Gesù in mezzo è la realizzazione del comandamento della carità, che obbliga il cristiano a uscire dal guscio del proprio individualismo per raggiungere l’unità, per superare  quell’individualismo, in cui talora si incapsula adorando se stesso; uscire dall'io, come da una tomba, per aprirsi ai fratelli, a tutti» (Igino Giordani). Colui che viene, colui che è in mezzo ai suoi discepoli, dona la pace perché Lui stesso è la Pace, lo Shalom: una pienezza di vita che fa nuove tutte le cose, che dissolve ogni ostacolo interiore, ogni rigidezza, e fa sì che possiamo dirgli: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici» (Papa Francesco). Il discepolo è un inviato, un “mandato” dal Padre. Grazie al dono dello Spirito, gli è data la possibilità di perdonare, ossia di ricreare il mondo, disinnescando le insidie del nemico, sradicandole dal cuore proprio e altrui: «Perdonare significa de-creare il male», afferma Raimon Panikkar. Perdonare non vuol forse dire creare percorsi di avvicinamento, aprire porte, riaccendere il calore, riannodare fiducia? Alle nostre mani è affidato lo stesso potere di Dio!
 
Nel suo libro più recente, dal titolo “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa”, Massimo Recalcati indaga sugli amori degni di questo nome, quelli che non vogliono morire, nemmeno di fronte all’esperienza traumatica del tradimento e dell’abbandono. Sappiamo che l’amore, anche quello che vive nella promessa del “per sempre”, corre il rischio di finire: la fine dell'incanto, nella vita della coppia amorosa, è sempre in agguato. Ogni amore umano implica sempre l’esposizione assoluta all’Altro e dunque non esclude mai la possibilità del suo venir meno. Ora, che cosa accade nella vita di coppia quando uno dei due tradisce, quando viene meno alla promessa, quando vive un’altra esperienza affettiva nel segreto e nello spergiuro? Che cosa accade se il traditore chiede poi perdono? E’ di nuovo possibile amare chi non è stato capace di “stare nell’amore”, chi si è macchiato di una tale colpa? Quando veniamo abbandonati o traditi, il mondo non sembra forse crollarci addosso? Quello, attorno a cui ruotava tutta la nostra esistenza, d’improvviso non c’è più: non riusciamo più a fidarci della persona che abbiamo di fronte, crediamo sia impossibile per noi poter uscire da questo circolo vizioso, da questa sfiducia totale. E’ una tensione difficile da reggere. Oltretutto, in tempi come quelli in cui viviamo, «anziché elaborare con dolore la perdita dell’oggetto amato, si preferisce trovare nel più breve tempo possibile il suo sostituto, adeguandosi alla logica imperante che governa il discorso del capitalista: se un oggetto non funziona più, nessuna nostalgia! Sostituiscilo con la sua versione più aggiornata!». Recalcati, a questo proposito, non teme di andare controcorrente e anzi osa diffidare anche «dall’idea che sembra egemone nel nostro tempo, che i legami affettivi che durano nel tempo sono destinati a spegnere il desiderio. L’esperienza dell’amore realizza esattamente il contrario: più l’amore dura, più il desiderio, anche erotico, è vivo». Cosa fare quando si viene traditi? Perdonare o non perdonare? E come riuscire a perdonare? «Non sarà mai quello che farà l’Altro a rendere possibile il nostro perdono.
 
Dobbiamo decidere se siamo disposti, per l’amore che ancora nutriamo, a rinnovare la fiducia, e rinnovare il dono della promessa». Non è forse nel perdono che incontriamo, intatta e spigolosa, tutta la differenza - l’alterità, l’eteros - dell’altro? Il perdono, tuttavia, non è una “tappa obbligata”: somiglia piuttosto a un’ostinazione benefica, ma esigente, a un lavoro quotidiano, duro e faticoso, «che non rinuncia alla promessa di eternità che accompagna il vero amore». Eppure, esiste una gioia misteriosa insita nel perdono che alleggerisce gli amanti, dal peso dello spirito di vendetta. Questa gioia comporta il riconoscimento dell’altro come “eteros”, come vita differente, comporta l’amore per un'altra persona finalmente reale, non ideale: non lo specchio che illumina il nostro ego, ma un’esistenza singolare che può essere talvolta anche deludente, “umana, anzi troppo umana”, ma che non per questo amiamo di meno. Certo, chi ha tradito la promessa ha esposto al rischio di distruzione il desiderio e il progetto di una vita insieme, una vita illuminata costantemente dall’amore: è questo il dolore più grande. Prima di essere degni del perdono dell’altro, dovremmo perdonare noi stessi per aver tradito, non tanto il nostro partner, ma il nostro desiderio più profondo, costituito dall’amore di una vita. E’ questo il vero trauma, strettamente legato ai grandi traumi della nostra esistenza, a cominciare da quello della nascita: «Siamo gettati nel mondo senza una ragione e portiamo in noi questo marchio di insensatezza, ma nell'amore troviamo il senso: qualcuno ci sceglie, qualcuno ci rende eletti. Quando l'amore finisce torniamo alla vacuità del tempo che passa, e ciò ci fa presagire la fine di ogni cosa. Questa è la depressione: l'esperienza della vita come priva di avvenire e priva di senso». Come si può perdonare dunque chi ha fatto morire il sogno della propria vita,  quello di essere un “Noi”? «Il perdono è un lavoro costante, non è mai una reazione. Assomiglia al lutto ma, quando è possibile, porta con sé un messaggio di speranza perché lascia aperto un nuovo inizio. Siamo di fronte a un amore morto, non a un morto. Diventa la straordinaria opportunità per dare vita a ciò che pensavamo finito». Io, che non sono stato capace di stare nell’amore, nella fedeltà “per sempre”, sentendomi perdonato da te, scoprirò il vero volto dell’amore, che crede in me anche quando ne sono ben poco degno. E forse, grazie a te, ti amerò come mai ti ho amato.  Non è forse “perdonare l’imperdonabile” il gesto più radicale dell’amore? Peccare è umano, ma perdonare è divino!
(DON UMBERTO COCCONI)
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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