Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


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sabato 26 aprile 2014

IL Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.

 

Pubblicato da Don Umberto Cocconi  sabato 26 aprile 2014   alle ore  20,48
 
La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (vangelo secondo Giovanni).
 
Nomen omen: il nome è rivelatore, annuncia un destino, una vocazione. E’ un motto che si addice perfettamente a Tommaso, detto Didimo, ossia “il doppio, il gemello”. Come sempre, la sottolineatura dell’evangelista non è casuale, anzi è la chiave d’accesso all’identità più profonda di Tommaso. Le prese di posizione di Tommaso, nel vangelo di Giovanni, sono molto significative e anche dense di ambiguità. La prima volta che ci imbattiamo in lui siamo in un momento particolarmente delicato, Gesù sta parlando della morte di Lazzaro e della decisione di tornare in Giudea, a Betania, per “risvegliare” l’amico “addormentato”. Mentre gli altri discepoli sono titubanti - la Giudea è il contesto più rischioso, per il maestro e la sua comunità - e per questo preferirebbero che Gesù rinunciasse a un tale proposito, è proprio Tommaso, invece, che rivolgendosi ai condiscepoli li sprona con le parole: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Tommaso, perciò, si presenta come una personalità decisa, là dove gli altri sono più timorosi e incerti. Durante i racconti dell’ultima cena, però, le cose cambiano. Gesù ha lavato i piedi ai discepoli,  ed è proprio in questo contesto che il maestro annuncia la propria dipartita, andrà a preparare per loro un posto nel suo Regno: «E del luogo dove io vado, voi conoscete la via». E’  quindi Tommaso allora a dirgli: «Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?». Questa “professione di ignoranza” provoca una forte risposta di Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita». Se Tommaso non sa dove Gesù è diretto, significa che non ha capito nulla di ciò che egli ha già proclamato con chiarezza: viene dal Padre, e torna a Lui, lungo il sentiero dell’amore totale. Nel quarto vangelo, sapere da dove uno viene o dove uno vada significa conoscerne l’identità. Tommaso, così vigoroso nel parlare e forse anche più entusiasta nella sequela di Gesù, non ha ancora capito niente di ciò che davvero conta! In questo,
 
Tommaso ci è sicuramente “gemello”. Sappiamo anche noi, per esperienza, che non basta ascoltare le cose per averle davvero capite, afferrate, fatte proprie. Quante volte abbiamo ascoltato le parole di Gesù senza che esse siano penetrate davvero in noi, e le abbiamo lasciate alla superficie della nostra vita! Nonostante i nostri ripetuti “sì”, siamo rimasti con le nostre idee, con la nostra mentalità, con i nostri modi di pensare e di agire, senza che l’annuncio ci abbia convertiti in profondità. E’ questa “doppiezza” che vediamo in Tommaso, gemello e sosia di tutti noi. La parola “doppio”, inoltre, nella nostra lingua, è legata al termine “dubbio”. Gli esseri umani sono sempre “al bivio”, sempre chiamati al rischio e alla necessità della scelta tra due vie. Il dubbio è dunque l’occasione della scelta. L’ultimo episodio nel quale incontriamo Tommaso e la sua“duplicità” è proprio al termine del quarto vangelo, dove veniamo a conoscere un Tommaso che resiste alla fede, un ostinato “non credente”che poi, nel giro di pochi versetti, diventa un “super credente”, autore della più alta e azzardata professione di fede tramandata dai vangeli. Nel «primo giorno dopo il sabato», il Signore risorto viene e si fa presente nel cenacolo tra i suoi discepoli; Tommaso, però, non è con loro. Successivamente, con tagliente amarezza, deciso come sempre, Tommaso dichiara a chi gli annuncia che Gesù è vivo: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». Dov’era mai Tommaso, il giorno della risurrezione? Lui, che aveva esortato i compagni ad andare con il maestro, a morire con lui, nel momento critico era scappato come tutti gli altri. Anzi, di più, aveva preso le distanze da tutto e da tutti. Lui così pronto ed entusiasta, è forse rimasto più scosso e deluso degli altri per la piega presa dagli avvenimenti? Tommaso vuole concretezza, vuole una verifica personale e non si accontenta della testimonianza di chi è stato ancora più fragile e incerto di lui: deve vedere, deve toccare per poter credere. Tommaso, il “Gemello”, chiede un’esperienza forte e diretta, nella situazione che più di ogni altra può generare in lui il dubbio: la chiede a quel Gesù che ama ancora intensamente e la reclama con la forza di sempre, davanti a tutti. Ed ecco che, otto giorni dopo, Gesù si manifesta ancora una volta «a porte chiuse» nel cenacolo, in mezzo ai discepoli.
 
 Li saluta con il suo intenso: «Pace a voi» e si rivolge subito a Tommaso, che questa volta è là con gli altri, ma diviso in cuor suo, come sempre, tra timore della delusione e speranza: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». Davanti a questo Gesù così presente, venuto proprio per lui, la reazione di Tommaso è istantanea, ed è una reazione di fede, di fede grandiosa: «Mio Signore e mio Dio!», anzi, meglio, “Signore di me e Dio di me”, Signore e Dio della mia vita, di tutto ciò che sono! Questa di Tommaso, uomo del dubbio, è l’ultima e la più solenne professione di fede che incontriamo nel vangelo secondo Giovanni, la formulazione più matura e insieme più “personale” della fede nel Risorto. E’ l’unica volta, nel vangelo, in cui Gesù è chiamato esplicitamente “Dio”, ed è anzi splendidamente invocato con un possessivo di relazione, come nei salmi: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco, di te ha sete l’anima mia…». Tommaso, nostro gemello, Tommaso del dubbio, che Gesù ha esortato a uscire dalla fragile condizione di “á-pistos”, del “mancante di fede”, per accedere alla condizione forte, lucida e appassionata del “pistós”, di colui che è saldamente radicato nell’affidamento. Beati noi, ci dice Gesù, se sapremo sentirlo e riconoscerlo nella nostra vita, attraverso la fiducia nell’ininterrotta esperienza dei testimoni! «Gesù in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro» conclude l’evangelista, «ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate vita nel suo nome». La fede della prima comunità cristiana ci consegna dei “segni scritti”, come il corpo di Gesù è “scritto” dalla sua vita, passione e morte: mistero di una scrittura mai cancellata, ma anzi preservata, in tutta la sua profondità di senso, nell’identità gloriosa del Risorto. Segni scritti, e non solo nelle Scritture, ma anche nella carne e nel vissuto della comunità cristiana, e in-scritti con particolare intensità nell’Eucaristia, il segno che più di ogni altro vuole rendere sensibile e credibile la presenza del Risorto in mezzo a noi, e consentirci di introdurre non solo il dito, ma la nostra intera esistenza nello spazio aperto del suo costato trafitto. 
(DON UMBERTO COCCONI)


 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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