Estratto di un minuto del doppiaggio in dialetto parmigiano, realizzato nell'estate del 1996, tratto dal film "Ombre rosse" (1939) di John Ford. La voce di Ringo (John Wayne) è di Enrico Maletti


Con la qualità non si scherza. Parola di Enrico Maletti

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sabato 21 aprile 2012

Il Vangelo della domenica. Commento di Don Umberto Cocconi.


Pubblicato da Don Umberto Cocconi il giorno sabato 21 aprile 2012 alle ore 16,33

 

 

«Roba nominäda, roba par la sträda»


Dal vangelo secondo Luca:  I due discepoli che erano ritornati da Èmmaus narravano agli Undici e a quelli che erano con loro ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

L’evangelista Luca, discepolo della seconda generazione, scrive il suo vangelo intorno agli anni 80 dell’era cristiana. Ha «posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi ... come glieli  hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola». Ha compiuto «ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi», scrivendone «un resoconto ordinato» perché ciascuno di noi “posteri” potesse rendersi conto «della solidità degli insegnamenti ricevuti». Luca cerca di rispondere agli interrogativi, alle provocazioni degli uomini e delle donne del suo tempo, che come noi si ponevano  tante domande sulla persona di Gesù e in particolare intorno all’evento della resurrezione. Anche a noi viene spontaneo chiederci: che esperienza ebbero del Signore Risorto i discepoli? Come compresero che era vivo, anzi, il Vivente? Hanno avuto un’allucinazione collettiva?  Come hanno compreso di aver visto Lui, il Signore Risorto nel suo vero corpo? Non possiamo fare esperienza del Signore Risorto come la fecero a suo tempo i discepoli: dobbiamo credere allora che ci sia preclusa ogni esperienza “reale” di Lui? Ogni uomo e ogni donna di ogni tempo, come all’epoca di Luca, vive questo dramma:  è ancora possibile fare esperienza del Signore Risorto? E se è possibile, come avviene?

Il racconto che Luca “confeziona” cerca di rispondere in modo molto realistico alle nostre domande. Leggendo questa pagina di vangelo, alquanto sorprendente, siamo invitati a lasciarci coinvolgere e sconvolgere, come quel giorno si lasciarono sconvolgere gli Undici. Sconvolgere vuol dire etimologicamente “conturbare l’ordine, scombussolare, devastare, scompigliare, stravolgere”.  Solo se ci lasceremo “mettere sottosopra” potremo giungere all’incontro con la Verità.
In dialetto parmigiano si dice: «Roba nominäda, roba par la sträda». E ci sono anche altri modi di dire simili «Si parla del diavolo e spuntano le corna» oppure  «Si parla di Lui e spuntano le aureole». E’ un modo pittoresco per dire che ciò di cui si parla è vicino, è in cammino, si renderà visibile al più presto. «Mentre essi parlavano di queste cose...», racconta Luca. Il verbo è all’imperfetto, indica un’azione che dura nel tempo. I discepoli stanno parlano di Gesù (allora come oggi), stanno condividendo ciò che lo riguarda e li riguarda: ascoltano la narrazione dei discepoli di Emmaus, «ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane». Avranno pure parlato di ciò che le donne avevano visto alla tomba, in quel mattino dopo il sabato. Ebbene si parla, si racconta di lui, di Gesù – ed ecco che Lui in persona si rende visibile. Del resto, non aveva forse detto «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»? Si parla di Lui e Lui è con noi. E dona la pace. Il segno che dice che Lui è con noi è la pace, il dono messianico per eccellenza.

Ma i discepoli non potrebbero aver avuto un’allucinazione collettiva? Non potrebbero essersi  suggestionati  a vicenda? Luca a questo riguardo, si comporta da nostro perfetto contemporaneo, e per rispondere alle nostre elucubrazioni illuministe  ci dice che i discepoli non solo erano «sconvolti e pieni di paura» ma «credevano di vedere un fantasma», ossia percepivano un evento esterno a loro, credevano di vedere uno spirito, una presenza misteriosa, qualcosa “non di questo mondo”. Ed è il secondo passaggio nell’itinerario di conoscenza degli Undici: questo che loro credono essere  uno spirito ha un corpo, è fatto di carne ed ossa. E questo corpo che si manifesta in mezzo a loro rimanda a Gesù di Nazaret, colui che era stato crocifisso. Non il volto o la voce, ma le mani e i piedi sono il suo segno di riconoscimento. Le sue mani e i suoi piedi che portano i segni dei chiodi rivelano la sua identità più di qualunque altro segno. E questa volta è addirittura la gioia a impedire loro di credere! Anche a noi sarà capitato di vivere una gioia talmente grande, talmente incredibile, da farci dubitare della realtà di quello che stiamo vivendo. Sono così felice, che mi sembra di impazzire dalla felicità. Quello che vivo è troppo bello per essere vero! Forse anche gli Undici hanno vissuto tutto questo.

E’ un sogno, non è realtà! Ma c’è un terzo passaggio per dissolvere ogni illusione, ogni paura: il Risorto mangia, quasi a dire con forza: sono vivo e vero. Il mangiare, nella nostra cultura, testimonia che un essere è vivente. L’evangelista racconta in diretta e al rallentatore tutte le emozioni, tutte le esperienze, tutti i passaggi conoscitivi che gli Undici apostoli ebbero dell’incontro con Gesù, esperienza reale, concreta, in quel giorno, il primo dopo il sabato. Ma sta parlando a noi, alla comunità di ogni tempo. In filigrana, ci dice che anche a noi è data la possibilità di incontrarlo: nell’esperienza dello spezzare il pane, nell’esperienza della fraternità che nasce dall’essere riuniti nel suo nome. Come Gesù dice ai suoi discepoli: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!», così invita anche noi a volgerci alle Scritture, se vogliamo comprendere e conoscere il disegno di Dio che si è compiuto nella storia di Gesù Crocifisso e Risorto.

Il Crocifisso «attrae», nella sua evidenza e nel suo mistero. Ogni uomo desidera incontrare la verità – di Dio e dell'uomo – che il Crocifisso è in grado di mostrare. Agli occhi che sanno vedere, si svela così un tratto straordinario: l'amore di Dio ha percorso lo stesso cammino del nostro amore, fino all’estremo. Che cosa c'è di più attraente dell'amore? L’uomo è fatto per essere amato e per amare, lo sappiamo. Ma che cosa c'è di più debole dell'amore? Esso appare troppo spesso sconfitto, e più grande è, più appare sconfitto. Questa tensione tra forza e debolezza trova il suo punto culminante e illuminante nel Crocifisso Risorto. Qui si vede l'insospettata profondità dell'amore, la sua forza di dedizione, la sua gratuità, ma anche la sua scandalosa debolezza: il Crocifisso è l'icona di un amore manifestato e rifiutato. Ma il Crocifisso è Risorto, vittorioso: dunque la debolezza dell'amore è in realtà la sua forza.

Se vuole testimoniare annunciare il Signore Gesù, la comunità cristiana deve essere diversa dal mondo, dalla logica che troppo spesso lo governa. Quale diversità, in particolare? Il mondo non è semplicemente il luogo in cui Gesù è venuto. Amarlo, salvarlo, è il pensiero dominante del cuore di Dio, la ragione esclusiva dell’Incarnazione. Il mondo lasciato a se stesso conosce solo l'amore interessato e di parte: tutto il contrario dell'amore di Dio. Per essere “segno di contraddizione” come Gesù – e dunque annunciatori del suo vangelo – occorre il coraggio di mostrare la gratuità e l'universalità dell'amore. È la via, lo stile inconfondibile di Dio.
(DON UMBERTO COCCONI)


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