domenica 20 gennaio 2013
Il Vangelo della domenica. Commento di don Umberto Cocconi.
Pubblicato da Don Umberto Cocconi
il giorno domenica 20 gennaio 2013 alle ore 12,45
Tre giorni dopo vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d'acqua le anfore»; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l'acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l'acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all'inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».Questo, a Cana di Galilea, fu l'inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Vangelo secondo Giovanni).
L’evangelista Giovanni ha una capacità singolare di concentrare in poche righe una gamma molto vasta di simboli, di significati, di temi ricorrenti e fondamentali: in ogni episodio è leggibile in filigrana, in modo più o meno completo, la trama profonda di tutto il quarto Vangelo. Lo vediamo in modo particolare nell’avvenimento delle “Nozze di Cana”, che ci presenta una carrellata di persone, le più diverse, reali e simboliche insieme: la madre di Gesù, - mai chiamata per nome nel vangelo di Giovanni - , Gesù e i suoi discepoli, i servi, il maestro di tavola – ma anche lo sposo, - che ascolta ma non parla-, una sposa sottintesa e, naturalmente, un’immaginabile cornice di invitati. Una piccola moltitudine, colta in un momento tipico della vita, durante una festa di nozze: un’occasione colta consapevolmente da Gesù per annunciare il suo intervento nella nostra storia. Lo sposalizio è la realtà umana, nella quale la Chiesa legge se stessa, nel suo mistero di amore con Cristo: lo Sposo dell’umanità. In tutta la Scrittura, del resto, le nozze tra uomo e donna sono il simbolo dell’Alleanza tra il Dio Creatore e Liberatore e il genere umano. Il brano giovanneo inizia con un riferimento temporale: “Tre giorni dopo”. Non è un dato casuale: per il Nuovo Testamento, il terzo giorno è quello della resurrezione.
Giovanni ci porta così programmaticamente al tema determinante, decisivo: la Pasqua di Gesù. A Cana di Galilea abbiamo, per così dire, il primo “segno” del fatto che Gesù è venuto a rinnovare la gioia dell’umanità, intristita dalle difficoltà, dagli incidenti quotidiani, ma soprattutto dalla morte. Le parole di Gesù: “Non è ancora giunta la mia ora” sono un’altra indicazione cronologica ricca di simboli. Fin dall’inizio Gesù, infatti, ci invita a guardare verso la sua “ora”. Il segno di Cana anticipa l’ora definitiva della morte di Gesù, della sua risurrezione, della sua manifestazione gloriosa all’umanità. Durante il banchetto viene a mancare il vino: non è possibile che possa mancare il vino, fonte della gioia, in una festa di nozze! Se manca il vino è perché è entrata nella vita dell’uomo la morte, al posto della vita. Il vino è ciò che si oppone alla tristezza, al tran tran quotidiano, alla ripetitività, alla noia. E’ l’esuberanza lieta dell’uomo che abbandona le precauzioni, le paure, le difese, le riserve, e “si butta”. L’evangelista annota la presenza di sei giare di pietra, probabilmente vuote, esageratamente grandi per lo scopo alle quali, a quanto pare, erano destinate: la purificazione rituale! Fossero state, almeno, piene di olio o, appunto, di vino! Invece non erano altro che una realtà ingombrante, perché simboli di una religiosità arida, vuota, inconcludente e formale.
Così, l’acqua fatta versare da Gesù nelle giare sino all’orlo, diventa simbolo della ricchezza e dell’abbondanza della vita nello Spirito, riversata sulla terra da una sorgente inesauribile. Nella Bibbia, come d’altra parte nella storia delle culture, il vino è simbolo di una vita che si sgomitola, che si espande liberamente, che si racconta. E’ non soltanto la gioia per la sopravvivenza, ma la gioia per la festa, per l’amicizia, per il banchetto, per le nozze, per l’amore, per la vita nuova e infine per la vittoria. Segno tutto questo dell’entusiasmo, della semplicità e della scioltezza interiore, la gioia del vino è simbolo della caduta delle inibizioni, delle paure che impediscono la comunicazione reciproca. Ora, la mancanza del vino, sempre nella simbologia culturale e biblica, è tutto ciò che chiude, irrigidisce, crea sospetto, tristezza, permalosità, suscettibilità, litigiosità, malumore, pessimismo, critica corrosiva, acidità. La gioia del Vangelo è propria di chi, avendo trovato la pienezza della vita, è sciolto, libero, non timoroso, non impacciato. Chi cerca la gioia in sicurezze umane, in ideologie, in arzigogoli vari, non può trovare questa gioia. «La gioia del Vangelo è Gesù crocifisso che riempie la nostra vita, ci perdona i nostri peccati, ci dà il segno del suo amore infinito, riempiendoci giorno e notte della sua letizia profonda» (C. M. Martini). Quando manchiamo di scioltezza, quando siamo spaventati, pigri, timorosi, affannati per il futuro della Chiesa e della nostra comunità, vuol dire che non abbiamo la gioia del Vangelo, ma soltanto qualche ombra, qualche eco lontana, intellettualistica, astratta del Vangelo.
La gioia cristiana non è semplicemente qualcosa, ma Qualcuno: è la persona del Kyrios, il Risorto vivente da sempre. E’ proprio in Lui che lo stesso dolore può essere trasfigurato. A partire dalla Pasqua, “tutto è grazia”, la vita intera si trasforma. Il cristiano si pone, come viandante, in cammino nella storia, in un mattino di primavera, proclamante, come San Francesco, le lodi dell’Altissimo. In Cristo infatti egli è in grado di recuperare tutto il creato: tutto diventa fratello e sorella, perfino la morte. La vita si trasforma in una festa ininterrotta, nonostante il male presente in noi e attorno a noi. Questa festa diventa anzi la ragione profonda per lottare contro ogni forma di male e impegnarsi a portare la gioia dove c’è la tristezza, la luce dove ci sono le tenebre, la speranza dove c’è la disperazione. L’Exultet della Veglia di Pasqua esprime questa consapevolezza: «Esulti il coro degli angeli, esulti l’assemblea celeste… Gioisca la terra… Tutto risuoni per le acclamazioni del popolo in festa».
(DON UMBERTO COCCONI)
venerdì 18 gennaio 2013
Domenica 3 febbraio ore 15, alla parrocchia di San Paolo via Grenoble, 11° edizione del "Cantainsieme ANSPI 2013" . Il regolamento.
Rassegna canora per
bambini e ragazzi
11.ma edizione
domenica 3 febbraio
2013
ore 16:00
Parrocchia San Paolo
Apostolo
via Grenoble 9, Parma
regolamento:
Lo
svolgimento del concorso è fissato per domenica 3 febbraio 2013 alle ore 16,
presso la Parrocchia di San Paolo Apostolo, in via Grenoble 9, a Parma.
Ogni
bambino potrà partecipare eseguendo una canzone tratta dal repertorio leggero,
popolare o esplicitamente dedicata al mondo infantile.
Compatibilmente
con il numero dei partecipanti sono previste tre categorie:
categoria
A (da 6 a 10
anni)
categoria
B (da 11 a 13
anni)
categoria
C (gruppi
corali).
Per
iscriversi al concorso è sufficiente inviare una mail a info@nicolagennari.it specificando nome e cognome,
categoria, autore e titolo del brano scelto.
Il termine
ultimo per iscriversi al concorso è fissato per sabato 26 gennaio 2013, oltre
tale data non verranno più accettati partecipanti.
Per
partecipare è inoltre necessario essere in possesso della base del
proprio brano (oppure dell'originale stesso). I maestri che accompagneranno dal
vivo l'esecuzione dei ragazzi sono tenuti a portare con sé la propria
strumentazione (tastiera, chitarra, …).
La premiazione
avrà luogo al termine delle esibizioni in base alla classifica stilata da una
giuria di esperti.
L'organizzazione
della manifestazione sarà possibile se verrà raggiunto un minimo di 10
partecipanti. Il numero massimo di partecipanti è fissato in 25.
Per
permettere a più bambini di partecipare
si invitano i maestri o accompagnatori a formare, se possibile, coppie e
terzetti di bambini.
Per
ulteriori informazioni
Nicola
cell.347 5115523.
Segreteria
ANSPI tel/fax 0521-281381
giovedì 17 gennaio 2013
17 GENNAIO: UNA GIORNATA PER SALVARE IL DIALETTO
di Francesca Porta 16 gennaio 2013
L'Unione
Nazionale Pro Loco d'Italia ha istituito la Giornata nazionale del dialetto e
delle lingue locali. L'intento? Ricordare l'importanza culturale e storica dei
dialetti e intraprendere azioni concrete per salvaguardarli.
Piemontese e
sardo, milanese e siciliano, veneto e romano, emiliano e napoletano, friulano e
pugliese: le lingue locali e i dialetti parlati in
Italia sono
centinaia. Per non dire migliaia. Ogni comune italiano ha il suo idioma, il suo
accento, la sua inflessione linguistica. E ognuno è simbolo delle nostre
radici, della nostra storia.
Per ricordare questa grande
ricchezza linguistica, l'Unione Nazionale Pro Loco
d'Italia (UNPLI) ha
istituito quest'anno la Giornata nazionale del dialetto e delle
lingue locali. L'appuntamento, fissato per il 17
gennaio, sarà riproposto ogni anno con eventi e iniziative
organizzate dalle Pro Loco di tutta Italia.
Si comincia appunto nel 2013 con la
nascita di un Premio letterario nazionale intitolato Salva
la tua lingua locale: l'iniziativa, che sarà presto presentata
a Roma, raccoglierà opere inedite in prosa e poesia scritte nelle diverse
lingue d'Italia. Diverse altri appuntamenti sono in programma a Milano, Pavia (non nuova a questo genere di
iniziative), Firenze, Venezia, Bologna, Napoli e nella maggior parte
delle città e dei comuni italiani (>>qui
l'elenco completo degli eventi).
La Giornata nazionale del dialetto
sarà celebrata anche sul web: il 17 gennaio l'UNPLI invita infatti gli utenti
della Rete a postare sui social network una frase nel
proprio dialetto d'origine.
La modernità e la tecnologia si incontreranno così con la storia e con l'antica
tradizione.
«Nel mondo ogni 14 giorni scompare
una lingua locale, portando dietro di sé tradizioni, storia, cultura», ha
dichiarato il presidente dell'UNPLI Claudio Nardocci. «Le Pro
Loco hanno raccolto questo grido d'allarme che si leva da ogni parte del mondo
sul fenomeno. Le lingue locali sono il collante che ci
unisce alle nostre radici, il tenue filo che ci tiene legati
alla cultura popolare e alla storia del territorio».
mercoledì 16 gennaio 2013
Il sindaco Pizzarotti: "E' una cupola che si sta infrangendo" - Cinque Stelle: "Il Comune parte civile"
(Testo blu in italiano)
"Il Sindaco Pizzarotti ha già annunciato pubblicamente che il Comune si costituirà parte civile per tutelare i cittadini". E' una frase nel comunicato diffuso in serata dal Gruppo consiliare 5 stelle, nel botta e risposta con il Pd Iotti. In mattinata, sugli arresti si era anche espresso lo stesso Pizzarotti.
Le parole del sindaco -"E' una cupola che si sta infrangendo". Queste le prime parole di chi siede oggi in Municipio, sulla clamorosa nuova inchiesta sulla presunta corruzione della politica parmigiana. "Era un sistema che metteva in relazione diversi sistemi di potere e che si sta infrangendo di fronte alle regole, che è giusto che siano rispettate - ha continuato Federico Pizzarotti -. Sono contento dell'opera che sta portando avanti la magistratura e vedremo se ci saranno sviluppi. Daremo un giudizio alla fine. Noi intanto stiamo facendo il nostro lavoro, per far avere ai parmigiani un futuro diverso"
(Il testo in italiano è tratto da
www.gazzettadiparma.it )
(Testo giallo dialetto parmigiano)
Al sìnndìch Pisaròtt: -"L’é ‘na
cupola ch’ l’é ‘drè ch’la sé s’ fa zò".
- Sinch Stéli: "Al Cmón pärta civil"
"Al
Sìnndìch Pisaròtt l’à béle dìtt publicamént che al Cmón al s’ costituirà pärta
civil par tutelär i pramzàn". L’é ‘na
fräza in-t-al comunicät difuz stasìra dal Grupp consiljär 5 stéli, in-t-al bòta
e rispòsta con al Pd Iotti. Stamatén’na, p’r j arést s’ éra anca esprés al stés
Pisaròtt.Il paroli dal sìnndich -"L’é ‘na cupola ch’ l’é ‘drè ch’la sé s’ fa zò". Còssti chì j én il prìmmi paroli äd còll che incó l’é sidù in Cmón, su la nóva inchjésta ch’ l’à fat un gran dir su la prezunta corusjón ädla polìttica pramzàna. "L’éra un sistéma ch’ al metäva in relasjón divèrs manéri äd podér e ch’ l’é ‘drè ch’la sé s’ fa zò davanti al règoli, ch’ l’é giùsst ch’i sjon rispetädi – l’à continvè Fedrìgh Pisaròtt -. Són contént äd l'òpra ch’ l’é ‘drè portär avanti la magistratura e vedrèmma s’a gh’ srà dill novitè. Darèmma un giudìssi ala fén. Nojätor intànt sèmma ‘drè fär al nòstor lavor, par fär avér ai pramzàn un futùr divèrs"
(Tgnèmmos vìsst)
E.M.
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